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		<title>LA RAGIONE POPULISTA</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Oct 2009 07:59:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>la redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Presentazione de &#8220;Laterza&#8220; Tesi di fondo del libro che il lettore ha tra le mani è che: a) il politico coincide con la costruzione del popolo, costruzione che consiste nel fissarne i confini e nell’identificarli a un nome, ‘punto nodale’ di una catena di domande insoddisfatte; b) non ha più senso allora chiedersi se un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=207&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-208" title="LaRagionePopulista" src="http://suburbe.files.wordpress.com/2009/10/laragionepopulista.jpg?w=460" alt="LaRagionePopulista"   /></p>
<p><em>Presentazione de &#8220;<span style="color:#0000ff;"><strong><a href="http://www.laterza.it/schedalibro.asp?isbn=9788842085461" target="_blank">Laterza</a></strong></span>&#8220;</em></p>
<p>Tesi di fondo del libro che il lettore ha tra le mani è che: a) <em>il </em>politico coincide con la costruzione del popolo, costruzione che consiste nel fissarne i confini e nell’identificarli a un nome, ‘punto nodale’ di una catena di domande insoddisfatte; b) non ha più senso allora chiedersi se un certo movimento politico <em>sia o non sia </em>populistico, poiché <em>il </em>politico è <em>il </em>populismo. Ciò significa che la politica – a dispetto di quanto noi oggi tendiamo a pensare – è una faccenda di capi, di leader, di prìncipi.<br />
Dall’<em>Introduzione </em>di Davide Tarizzo</p>
<p><strong><span class="aree">INDICE COMPLETO</span></strong><br />
<strong><em>Introduzione</em>.</strong> Populismo: chi starà ad ascoltare?<br />
<em>di Davide Tarizzo </em><br />
<strong><em>Prefazione </em><br />
Parte prima </strong><br />
<em>La denigrazione delle masse</em><br />
1. Populismo: ambiguità e paradossi<br />
«Impasse» nella letteratura sul populismo &#8211; In cerca di un approccio alternativo<br />
2. Le Bon: suggestione e rappresentazioni distorte<br />
3. Suggestione, imitazione, identificazione<br />
Folla e dissoluzione sociale, p. 30 &#8211; Ipnosi e criminologia &#8211; Tarde e McDougall &#8211; La svolta freudiana &#8211; Conclusioni: verso un punto di partenza<br />
<strong>Parte seconda </strong><br />
<em>Costruire il «popolo»</em><br />
4. Il «popolo» e la produzione discorsiva del vuoto<br />
Alcuni cenni sull’ontologia &#8211; Domande e identità popolare &#8211; Le avventure dell’equivalenza &#8211; Antagonismo, differenza e rappresentazione &#8211; L’interna strutturazione del «popolo» &#8211; Nominazione e affetto – Populismo &#8211; <em>Appendice</em>. Perché chiamare «democratiche» alcune domande<br />
5. Significanti fluttuanti ed eterogeneità sociale<br />
Fluttuazione: nemesi o destino del significante? &#8211; L’eterogeneità entra in scena<br />
6. Populismo, rappresentazione e democrazia<br />
I due volti della rappresentazione &#8211; Democrazie e identità popolari<br />
<strong>Parte terza </strong><br />
<em>Variazioni populiste</em><br />
7. La saga del populismo<br />
8. Ostacoli e limiti alla costruzione del «popolo»<br />
Dalla piattaforma dell’Omaha alla sconfitta elettorale del 1896 &#8211; Le sei frecce di Atatürk &#8211; Il ritorno di Perón<br />
<strong>Conclusioni </strong><br />
Žižek in attesa dei Marziani &#8211; Hardt e Negri: provvederà Iddio &#8211; Rancière: la riscoperta del popolo<br />
Note<br />
Indice analitico</p>
<p style="text-align:center;">* * * * * * * *</p>
<p><strong>Ernesto Laclau</strong><br />
Distinguished Professor for Humanities and Rhetorical Studies alla Northwestern University</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-209" title="ErnestoLaclau02_bn" src="http://suburbe.files.wordpress.com/2009/10/ernestolaclau02_bn.jpg?w=460" alt="ErnestoLaclau02_bn"   /></p>
<p><em>Una biografia &#8220;short&#8221; da <span style="color:#0000ff;"><strong><a href="http://www.laterza.it/scheda-autore.asp?id_autore=4221&amp;pr=" target="_blank">Laterza</a></strong></span></em></p>
<p>Ernesto Laclau insegna Teoria politica all’Università di Essex ed è Distinguished Professor for Humanities and Rhetorical Studies alla Northwestern University. Nel corso degli ultimi trent’anni ha elaborato (anche in collaborazione con Chantal Mouffe) un originale ripensamento delle fondamentali categorie della filosofia di ispirazione socialista, sostituendo la classica nozione di lotta di classe con le nozioni più attuali di antagonismo sociale e di democrazia radicale. Questo è il suo primo libro tradotto in Italia.</p>
<p style="text-align:center;">* * * * * * * *</p>
<p>Con Marx, Freud, Gramsci, Benjamin, Bloch, Lacan &#8230;.</p>
<p><strong>PER LA CRITICA DELLA RAGIONE POPULISTA.</strong></p>
<p>Un’intervista con il filosofo argentino, Ernesto Laclau, protagonista all’Università di Salerno di un seminario su «Democrazia e populismo» (di Roberto Ciccarelli e Benedetto Vecchi) &#8211; a cura di Federico La Sala</p>
<p><strong>[...] «Io non ho ricusato il marxismo &#8211; ha spiegato nel 1990 Laclau &#8211; È successo qualcos’altro. È il marxismo che è andato a pezzi. Io mi tengo aggrappato alle sue schegge migliori». Nessuna abiura di Marx, ma la convinzione che il marxismo vada considerato nell’ambito della più vasta formazione dei saperi. Nelle complicate vicende del pensiero critico del dopo Muro, Laclau ha dunque scelto di collocarsi tra i membri della famiglia althusseriana, insieme a Alain Badiou e a Jacques Rancière. Autore nel 2005 de La ragione populista, in corso di pubblicazione per Laterza, Laclau non ha rinunciato all’uso della psicoanalisi lacaniana come critica del discorso del potere, anche se critica la visione neo-ortodossa che ne ha dato il suo ex allievo Slavoj Zizek [...]</strong></p>
<p><strong>-  Quel significante politico che dà forma al popolo</strong><br />
-  La democrazia radicale è dentro ma anche fuori dallo stato. Un’intervista con il filosofo argentino, protagonista all’Università di Salerno di un seminario su «Democrazia e populismo»<br />
-  Nelle società postmoderne la proliferazione di conflitti sociali, culturali, delle lotte per il riconoscimento delle identità sessuali avviene in assenza di una loro articolazione politica</p>
<p>di Roberto Ciccarelli e Benedetto Vecchi (il manifesto, 08.03.2008)</p>
<p><em>Nel commentare le elezioni presidenziali francesi che hanno portato all’Eliseo Nicolas Sarkozy, il filosofo Etienne Balibar ha parlato dell’occupazione della sfera pubblica da parte degli «estremisti del centro» per difendere l’unico bene comune esistente, il mercato. Un panorama non molto lontano da quello di queste elezioni, anche se da noi gli «estremisti di centro» tengono saldamente in pugno il partito che per pudore continuano a collocare nel centrosinistra.<br />
Di fronte a questo scenario, le dichiarazioni del filosofo di origine argentina Ernesto Laclau provocano disorientamento e sorpresa. Inviato dal «Centro sutdi sulla Biopolitica, Bioeconomia e i processi di Soggetttivazione» dell’Università di Salerno, Laclau ha tenuto nei giorni scorsi un seminario su «Democrazia e populismo» presso il dipartimento di Teoria e Storia del diritto e della politica e più di una volta ha indicato nel «partito nuovo» di Palmiro Togliatti una sorta paradigma del «politico», meglio di ogni istanza di trasformazione radicale della società. Da qui l’invito a tornare alla categoriana di egemonia sviluppata da Antonio Gramsci, le cui «messa al lavoro» consentirebbe al pensiero critico di uscire dalle secche di un marxismo condannato spesso all’afonia a causa da una lettura determinista della divisione in classe della società.<br />
Profondo conoscitore della storia politica italiana, chiede continuamente notizie di come sta andando la campagna elettorale. Lo abbiamo incontrato poco prima che entrasse in aula per il suo seminario.</em><br />
<em>Dall’Argentina di Peron all’Inghilterra della filosofia analitica. Cosa l’ha portata a lasciare il suo paese?</em></p>
<blockquote><p>È una storia che inizia nel 1966, quando ho ottenuto l’abilitazione all’insegnamento. Dopo solo sei mesi, un golpe portò al potere il generale Juan Carlos Onganía. Il regime militare era sì autoritario, ma non come quelli che abbiamo conosciuto nel decennio successivo in America latina. Per me significò la fine dell’insegnamento universitario. Iniziai così a lavorare in un istituto di ricerca sociale privato a Buenos Aires. Il mio referente era lo storico Eric Hobsbawm e lavorai con lui per due, tre anni. Grazie al suo aiuto, svolsi un dottorato presso un’università britannica, al termine del quale mi trasferii definitivamente in Inghilterra. Se penso alle vicende del mio paese di origine, posso dire che l’incontro con Hobsbawm mi ha salvato la vita.</p></blockquote>
<p><em>Nel 1985, insieme a Chantal Mouffe, ha scritto «Hegemony and a Socialist Strategy», dove la categoria gramsciana di egemonia è centrale nella comprensione del «politico» nelle società contemporanee. Quando ha «scoperto» le opere di Antonio Gramsci’</em></p>
<blockquote><p>In Argentina Gramsci era stato tradotto già negli anni Cinquanta. Per noi, allora, le sue tesi erano essenziali per comprendere quello che è stato chiamato il «rinascimento peronista», un movimento sociale, politico, culturale che non poteva essere efficacemente interpretato attraverso una griglia analitica tradizionalmente «classista». Gli studi gramsciani sul nazional-popolare, sulla formazione di una volontà collettiva, l’idea dell’intellettuale collettivo che opera per una riforma morale e politica erano usati per prendere congedo da una lettura ossificata della società argentina. Inoltre, guardavamo tutti con interesse e partecipazione a quanto accadeva nei campus statunitensi o nelle strade di Berlino e di Parigi.<br />
Il Sessantotto era un rebus importante da risolvere quanto il peronismo, perché poneva sempre lo stesso problema: come si può formare una soggettività politica fuori dallo schema economicistico della lotta di classe? Ho constato un fatto paradossale che riguarda la ricezione gramsciana. Negli anni Settanta, gli intellettuali critici italiani perdono interesse per Gramsci. Ma è questo il decennio in cui fioriscono moltissimi percorsi di ricerca che partono da Gramsci. È stato così in America latina, negli Stati Uniti, in Australia e in Inghilterra.</p></blockquote>
<p><em>È indubbio l’interesse per Gramsci negli Stati Uniti, in America Latina e in Inghilterra. Ma tra la sua prospettiva e quella, ad esempio, degli studi postcoloniali c’è una differenza che salta agli occhi. Lei afferma che leggere criticamente le società capitaliste a partire dal conflitto di classe può risolversi in una paralisi del pensiero critico. Questo non si può però dire per gli studi postcoloniali, dove la divisione in classi della società rimane il problema da cui partire per comprendere i processi di assoggettamento al potere&#8230;</em></p>
<blockquote><p>Stuart Hall e la scuola sociologica di Birmingham parlano sì di classi subalterne, ma senza il determinismo di molta saggistica marxista tradizionale. Una prospettiva dunque non molto lontana dalla mia. Ma torniamo al problema più importante. Nelle società contemporanee assistiamo a un proliferazione di domande sociali, culurali, di riconoscimento di identità. Possiamo parlare di una pratica egemonica che taglia il campo politico in due quando una serie di domande particolari convergono in una «catena equivalenziale», che non cancella le differenze tra le domande particolari, ma le inserisce all’interno di un discorso universale che è incommensurabile rispetto alle domande particolari.</p></blockquote>
<p><em>Ha definito la sua prospettiva come «postmarxista». Può specificare in cosa consiste?</em></p>
<blockquote><p>Esistono molti marxismi. E tuttavia avevano un punto di convergenza nel ritenere che lo sviluppo capitalista avrebbe determinato un’omogeneizzazione sociale complementare ad una polarizzazione sociale. Da una parte i detentori dei mezzi di produzione, dall’altra una massa omogenea di proletari. La storia non è andata così. Le società contemporanee presentano infatti un «sociale» estremamente eterogeneo e complesso. Questo non significa la scomparsa del conflitto tra capitale e lavoro, ma l’emergere di conflitti altrettanto radicali, quali quello ecologico, quello sui beni comuni come l’acqua, le frequenti rivolte su scala planetaria contro l’esclusione e la marginalizzazione sociale. Sono tutti conflitti che possono mettere in crisi il capitalismo.<br />
Il problema allora è l’articolazione politica di questi conflitti. Mi ripeto: secondo me pensare la politica significa pensare una pratica egemonica. Per riassumere: c’è una diffusione orizzontale dei conflitti sociali, culturali, sessuali, ecologici e una difficoltà a dare forma alla loro articolazione politica. Ci sono stati alcuni tentativi in questa direzione. Mi riferisco alla rainbow coalition del reverendo Jesse Jackson. È stata però una esperienza importante che non è mai riuscita ad andare molto in là della dichiarazione di intenti.</p></blockquote>
<p><em>Dopo Gramsci, lei ripropone una categoria che non gode una buona fama: quella di popolo. Per lei, il popolo è una costruzione politica. Anzi, è l’unica possibilità per pensare la politica. Rimane il mistero di come il popolo si produce politicamente. E se poi aggiungiamo che nella modernità il politico è stato spesso sinonimo di stato, cioè di monopolio della decisione politica, la situazione si complica, perché con la produzione politica del popolo viene messo in discussione quel monopolio nella decisione politica. Qual è allora il rapporto tra la produzione politica del popolo e lo stato che rivendica il monopolio della decisione politica?</em></p>
<blockquote><p>Lo stato è, nella tradizione filosofica, una concretizzazione dell’universale. Marx dice invece che lo stato è il comitato di affari di una parte della società, la borghesia, mentre la società civile è il campo dove l’universale può emergere solo a partire dalla presa del potere da parte di chi possiede solo la sua forza-lavoro. Una volta che questo accade si può pensare l’estinzione dello stato. Antonio Gramsci ci aiuta invece a guardare molto diversamente al rapporto tra stato e società civile, cioè tra la logica equivalenziale e le domande particolari.<br />
La costruzione politica del popolo è dentro e fuori dallo stato. È fuori dallo stato perché contesta il monopolio della decisione politica; è dentro lo stato perché non si può aggirare il problema del riconoscimento delle interessi particolari. La costruzione del popolo avrà dunque bisogno dello stato, ma anche di forme di democrazia diretta. Inoltre, l’idea marxiana dell’estinzione dello stato è una mitologia. La politica avrà infatti bisogno tanto della democrazia rappresentativa che della democrazia diretta. Dobbiamo dunque pensare a quale rapporto dinamico possa intercorrere tra queste due polarità, che è poi il rapporto tra la catena equivalenziale e le domande particolari.</p></blockquote>
<p><em>Questo equilibrio dinamico tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa può essere chiamata democrazia radicale?</em></p>
<blockquote><p>Cito l’esempio dell’Argentina. Nel 2001 abbiamo assistito a una proliferazione di conflitti sociali. I piqueteros, le fabbriche autogestite, l’esperienza dello scambio senza la mediazione del denaro. Sembrava che lo stato si fosse squagliato come un gelato al sole. Poi ci sono state le elezioni generali, con un’alta percentuale di votanti. Sappiamo che ha vinto Néstor Carlos Kirchner in una prospettiva che, per usare il vostro lessico politico, possiamo definire di centrosinistra, senza che la sfera pubblica statale fosse significativamente investita da quella mobilitazione sociale. Così, lo stato che sembrava dissolto ha invece mostrato una grande capacità di tenuta. La mobilitazione sociale non si è posta il problema della costruzione politica del popolo. Ma anche se questo fosse avvenuto, occorreva che lo stato fosse parte attiva di questa costruzione politica. Capisco che la situazione argentina può essere un caso particolare, non paradigmatico. Ma se pensiamo al maggio francese abbiamo un movimento che mette in ginocchio il potere costituito, ma poi non si pone il probelam di cambiare il sistema politico. Per tornare alla domanda, non so se si può chiamare questo equilibrio dinamico una forma di democrazia radicale. Politica radicale per me è la costruzione politica del popolo.</p></blockquote>
<p style="text-align:center;">* * * * * * * *</p>
<p>Non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l’«homo faber» dall’«homo sapiens» Antonio Gramsci</p>
<p><strong>Frammenti di un pensiero critico nella grande trasformazione</strong></p>
<p>Dal concetto di egemonia sviluppato da Antonio Gramsci alla psicoanalisi di Jacques Lacan e alla riflessione femminista di Judith Butler, prove tecniche di una teoria «post-marxista»</p>
<p>di Roberto Ciccarelli e Benedetto Vecchi (il manifesto, 08.03.2008)</p>
<p>C’era ancora il Muro di Berlino quando Chantal Mouffe e Ernesto Laclau iniziarono a parlare di «post-marxismo». Nel loro Hegemony and Socialist Strategy del 1985 hanno ripreso una lettura critica di Antonio Gramsci, aggiornandola con un certo spirito anti-autoritario e libertario. In quel volume, i due studiosi stabilivano un filo rosso all’interno del pensiero critico che poteva legittimare l’uso del prefissso «post»: l’Antonio Gramsci dei Quaderni dal carcere, il Lukàcs di Storia e coscienza di classe, Benjamin nelle Tesi sulla storia, la Scuola di Francoforte e Ernst Bloch, poi Sartre con la sua Critica della ragione dialettica, André Gorz di Addio al proletariato.<br />
In Inghilterra, dove sia Mouffe sia Laclau insegnano, l’eresia era stata ripresa già alla fine degli anni Settanta da Barry Hindess e da Paul Q. Hirst. Per loro il «post-marxismo» non era un’operazione nostalgia, né il desiderio di comporre la squadra dei sogni per avere una rendita sul mercato dei reminders. Di solito, il «post» è il retro-effetto consolatorio delle letture accademiche dalle quali qualcuno ama trarre la linea politica per un partito di conio recente, una bussola morale per gli orfani dell’età dell’oro, oppure la linea editoriale di una rivista. Con la fine della guerra fredda, invece, quel prefisso segnalava la crisi di una cultura globale, il marxismo, e il rifiuto del mantra degli ultras liberali, e dei penitenti della sinistra di ogni latitudine e colore, che recitava la «morte delle ideologie». Era, in altre parole, il segno di un rinnovamento del pensiero critico che non disdegnava il pluralismo, la differenza, il femminismo, arrivando in anni più recenti a sostenere le ragioni dei movimenti sociali da Seattle in poi.<br />
«Io non ho ricusato il marxismo &#8211; ha spiegato nel 1990 Laclau &#8211; È successo qualcos’altro. È il marxismo che è andato a pezzi. Io mi tengo aggrappato alle sue schegge migliori». Nessuna abiura di Marx, ma la convinzione che il marxismo vada considerato nell’ambito della più vasta formazione dei saperi. Nelle complicate vicende del pensiero critico del dopo Muro, Laclau ha dunque scelto di collocarsi tra i membri della famiglia althusseriana, insieme a Alain Badiou e a Jacques Rancière. Autore nel 2005 de La ragione populista, in corso di pubblicazione per Laterza, Laclau non ha rinunciato all’uso della psicoanalisi lacaniana come critica del discorso del potere, anche se critica la visione neo-ortodossa che ne ha dato il suo ex allievo Slavoj Zizek.<br />
In questa stessa direzione va anche il suo contributo al volume «Contingency, Hegemony, Universality», dove dialoga con la filosofa femminista Judith Butler e lo stesso Zizek (il volume è anch’esso in corso di traduzione per Laterza). Nessun cinismo post-moderno, dunque, ma critica dell’economicismo di ascendenza marxiana in base al quale la società è un corpo solido retto da ineludibili leggi economiche. Argentino per nascita e inglese d’azione, Laclau considera la società, l’economia, la società come il risultato di un «agonismo» tra forze plurali che ne impediscono la ricomposizione in un’unità astratta. La società non esiste, è il suo assunto iconoclasta. Non perché è stata liquidata dall’economia neoliberista, come recita il mantra di una lettura apocalittica e «antagonista», ma perché essa non costituisce mai un «Tutto» già formato. E così anche per la politica: non c’è un soggetto, ma un’egemonia che ne definisce conflittualmente i soggetti e le istituzioni.</p>
<p><em>(fonte: <span style="color:#0000ff;"><strong><a href="http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=2984" target="_blank">qui</a></strong></span>)</em></p>
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		<title>DEMOCRAZIA E AUTORITARISMO</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 07:59:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>la redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Presentazione de &#8220;Il Mulino&#8220; Democrazia e autoritarismo si sono sfidati lungo l&#8217;intero corso del XX secolo e, malgrado gli ultimi decenni abbiano visto un successo sempre più ampio del modello democratico, il confronto fra le due opzioni, come dimostrano le tensioni internazionali recenti, non può ancora dirsi concluso. Juan J. Linz è fra gli studiosi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=198&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-199" title="DemocraziaEAutritarismoLinz" src="http://suburbe.files.wordpress.com/2009/10/democraziaeautritarismolinz.jpg?w=460" alt="DemocraziaEAutritarismoLinz"   /></p>
<p><em>Presentazione de &#8220;<span style="color:#0000ff;"><strong><a href="http://www.mulino.it/edizioni/volumi/scheda_volume.php?vista=scheda&amp;fbt=1&amp;ISBNART=10994" target="_blank">Il Mulino</a></strong></span>&#8220;</em></p>
<p>Democrazia e autoritarismo si sono sfidati lungo l&#8217;intero corso del XX secolo e, malgrado gli ultimi decenni abbiano visto un successo sempre più ampio del modello democratico, il confronto fra le due opzioni, come dimostrano le tensioni internazionali recenti, non può ancora dirsi concluso. Juan J. Linz è fra gli studiosi che più efficacemente hanno esplorato i contorni di questa contrapposizione: il presente volume, curato da Marco Tarchi, ne raccoglie alcuni dei contributi più significativi in materia. Vi si esplorano in profondità sia gli aspetti più problematici dei regimi democratici, fra cui il ruolo che sulla loro stabilità esercitano le credenze religiose, gli squilibri socioeconomici, i richiami nazionalistici, le appartenenze etniche e culturali, sia i motivi di richiamo dell&#8217;ideologia e dell&#8217;azione del fascismo, il movimento politico che dell&#8217;alternativa autoritaria alla democrazia ha incarnato l&#8217;espressione più radicale. L&#8217;esperienza del Novecento rivisitata con rara lucidità di analisi e profondità di riflessione.</p>
<p style="text-align:center;">* * * * * * * *</p>
<p><strong>Juan José Linz</strong><br />
Sterling Professor Emeritus of Political and Social Science</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-202" title="JuanJoseLinz_bn" src="http://suburbe.files.wordpress.com/2009/10/juanjoselinz_bn.jpg?w=460" alt="JuanJoseLinz_bn"   /></p>
<div class="bio"><em>Una biografia &#8220;short&#8221; dal sito dell&#8217;università di <span style="color:#0000ff;"><strong><a href="http://images.google.it/imgres?imgurl=http://www.yale.edu/sociology/faculty/pages/linz/photoJuanLinz.jpg&amp;imgrefurl=http://www.yale.edu/sociology/faculty/pages/linz/&amp;usg=__YHIW-xpkZz-dZMGY2hZ7-YzkZic=&amp;h=254&amp;w=200&amp;sz=12&amp;hl=it&amp;start=1&amp;um=1&amp;tbnid=Ge5b-oZ0GlffNM:&amp;tbnh=111&amp;tbnw=87&amp;prev=/images%3Fq%3Djuan%2Bj%2Blinz%26hl%3Dit%26lr%3Dlang_it%26sa%3DG%26um%3D1" target="_blank">Yale</a></strong></span></em></div>
<div class="bio" style="text-align:right;"><em><span style="color:#0000ff;"><strong>.<br />
</strong></span></em></div>
<div class="bio">Juan Linz is Sterling Professor Emeritus of Political and Social Science. He is the former Chairman of the Committee on Political Sociology of the International Sociological Association (ISA) and the International Political Science Association (IPSA). His publications include: <em>Crisis, Breakdown and Reequilibration</em>, an introductory volume to <em>The Breakdown of Democratic Regimes</em>; a series of essays which he edited with Alfred Stepan; “Totalitarian and Authoritarian Regimes” in F. Greenstein and N. Polsby (eds.), <em>Handbook of Political Science</em>; and essays on Spanish politics and society in collective volumes edited by E. Allardt, R. Dahl, S. Eisenstadt, G. Hermet, S. Huntington, C. Moore, S.M. Lipset, V. Lorwin, J. Price, and R. Rose, among others. In Spanish he has written monographs on business and local elites, a book on Spanish politics after Franco, particularly on the party system and public opinion, and a study of Basque politics <em>Conflicto en Euskadi</em>; and in Italian a long essay on the work of Robert Michels. His research on the sociology of fascist movements has been published in W. Laqueur’s <em>Reader’s Guide to Fascism</em> and a collective volume in <em>Who Were the Fascists</em>? He is co-editor with L. Diamond and S. M. Lipset of <em>Democracy in Developing Countries</em>. His research interests are the comparative study of regimes, particularly authoritarian regimes, and transitions to democracy in Southern Europe and Latin America; the comparative study of parties, elections, elites and public opinion in Europe (mainly Spain, Italy, and Germany); religion, intellectuals and politics. He is working on Spanish politics in the transition from authoritarianism to democracy and presidentialism-parliamentarism, does it make a difference. With Arturo Valenzuela, he has co-edited <em>The Failure of Presidential Democracy</em> in two volumes: <em>Comparative Perspectives</em> and <em>The Case of Latin America</em>. His most recent book, co-authored with Alfred Stepan, is: <em>Problems of Democratic Transition and Consolidation: Southern Europe, South America and Post-Communist Europe</em>. His latest work is with H. E. Chehabi, <em>Sultanistic Regimes</em>, published by The Johns Hopkins University Press, Baltimore, MD, 1998.</div>
<div class="bio" style="text-align:right;">.</div>
<div class="bio" style="text-align:center;">* * * * * * * *</div>
<p style="text-align:left;">Juan José Linz<br />
<strong>analisi concettuale dei regimi autoritari e totalitari</strong><br />
di Massimiliano Aloe</p>
<p style="text-align:left;">Il ruolo del totalitarismo sia nelle scienze sociali sia nella discussione politica nel secondo dopoguerra ha acquistato sempre maggior peso, soprattutto in area statunitense.<br />
Come concetto storiografico è eminentemente moderno e novecentesco proprio per l’utilizzo volto a comprendere gli avvenimenti del secolo e la lotta vincitrice del liberalismo nei confronti d’ogni regime totalitario.<br />
Emanuel Lévinas già nel 1934 a proposito del nazismo affermava, nel breve scritto Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo, che esso consisteva in un risveglio di sentimenti elementari, essendo la negazione delle libertà dell’uomo e in definitiva una sorta di determinismo naturalistico e biologistico in grado di richiudere l’uomo in un orizzonte immanente e terrestre. Esiste, pertanto, un orizzonte filosofico del totalitarismo, ma anche uno storico politico.<br />
Hannah Arendt, ad esempio, individuava ne Le origini del totalitarismo due aspetti fondamentali: uno storico politico mediante un’analisi della storia dell’Europa dall’età moderna in poi, con particolare attenzione per compreso tra gli anni venti dell’Ottocento fino alla Seconda guerra mondiale, ed un altro filosofico-politico centrato sull’ideal-tipo dei regimi totalitari fascista e stalinista interpretati come fenomeni similari.<br />
Juan Linz nei suoi lavori ma soprattutto nel volume Sistemi totalitari e regimi autoritari testimonia la sua grande esperienza nel campo della politica comparata al mondo, ma soprattutto conferma di essere uno di quegli studiosi della storia politica del Novecento che riesce, attraverso una rigorosa analisi storico-comparativa, a cogliere le peculiarità dei sistemi politici classificandoli in tipi e sottotipi.<br />
Linz basa le proprie analisi sugli studi di quegli studiosi di scienze sociali che hanno tentato di descrivere e spiegare il funzionamento dei diversi sistemi politici e nello stesso tempo tenta una riduzione della complessità ad un numero adeguato di tipi tali da rappresentare sufficientemente la varietà del reale.<br />
A Linz non sfugge la complessità di una tale operazione a causa dei mutamenti della realtà politica, della sovrapposizione di termini e di un’onomastica politica e programmatica diffusa da alcuni sistemi politici. Linz partendo da un esame del regime franchista negli anni Sessanta giunse ad una formulazione del concetto di regime autoritario distinto dai sistemi totalitari e dalla forma di governo democratica.<br />
L’impegno nell’analisi del concetto di totalitarismo nasce dall’esigenza di « distinguere una particolare forma storica di regime e di società da altri sistemi non democratici » focalizzando, in particolare, la volontà di un regime ad organizzare tutti gli aspetti della vita politica di una società. Tutti gli studi dovrebbero prestare particolare attenzione all’ideal-tipo del totalitarismo che si origina attraverso una più complessa indagine sui regimi non democratici e antiliberali. Per questo il punto di partenza è fornire una definizione della democrazia, per compiere in seguito una disamina dei sistemi politici totalitari.<br />
Per quanto riguarda i regimi totalitari, Linz dichiara apertamente di essere vicino alle posizioni di Furet espresse ne Il passato di un’illusione piuttosto che a quelle di Nolte contenute ne La guerra civile europea. Il fascismo, infatti, interpretato come reazione al comunismo produce l’errore di non dare sufficiente rilievo alla sua componente antiliberale, antidemocratica o d’altro genere, e alla particolare capacità di seduzione che fu in grado di esercitare.<br />
Nei suoi studi precedenti aveva classificato il fascismo italiano come totalitarismo interrotto in ragione del numero limitato di vittime e perché, diversamente da Hannah Arendt, non includeva il terrore come elemento distintivo e caratterizzante. L’autore, tuttavia, riconosce il valore di alcuni recenti studi compiuti da diversi ricercatori italiani che mostrano l’impronta marcatamente totalitaria della dittatura, attraverso le modalità operative del regime, della sua strutturazione ideologica, della debolezza delle istituzioni di fronte la forza del Pnf, e del potere sacrale ostentato da Mussolini, che lasciano « intravedere un consenso diffuso su una definizione tipologica del fascismo ».<br />
Emilio Gentile, inoltre, in alcuni lavori che approfondiscono l’intrinseca tendenza totalitaria del regime di cui parlava Renzo De Felice, mostra come il fascismo fosse più totalitario di quanto si pensi comunemente.<br />
Linz rileva l’esigenza di condurre uno studio causale del fallimento dei regimi democratici di fronte ai propri avversari. Il totalitarismo « non fu l’esito ineluttabile della crisi europea all’indomani della prima guerra mondiale o della grande depressione, ma solo uno dei possibili frutti della modernità accanto alla democrazia ». In questo senso, un nuovo spunto riguarda la propensione di alcuni studiosi nell’interpretare il totalitarismo come risultato di particolari eredità storiche.<br />
Questa tendenza, ciononostante, deve essere circoscritta in considerazione dell’arbitraria lettura politica basata sul fattore culturale. I nuovi spunti d’indagine sui sistemi politici contemporanei ha spinto molti studiosi ampliare il dibattito attorno alle questioni che richiedono un maggior approfondimento. Ad esempio, rileva i cambiamenti apportati in seguito alla tragedia delle Torri gemelle, eppure, si nota con una certa facilità che essi non hanno portato alla creazione di regimi politici originali, mentre si riscontrano diversi insuccessi nei processi di democratizzazione dei paesi dell’ex Unione Sovietica. Questi ultimi, preferisce indicarli come regimi ibridi, in quanto presentano caratteri comuni a sistemi presenti o passati.<br />
Non si possono, però, classificare tra i regimi autoritari per l’assenza di alcuni elementi quali il limitato pluralismo politico, una forte ideologia o un partito unico. Il carattere apparentemente democratico di questi regimi non permette una facile concettualizzazione, perché adottano un sistema istituzionale simile nella forma alle democrazie occidentali ma non nella sostanza. Questo nodo resta da sciogliere, tanto più se si considera il problema della quantificazione della democrazia. Oggi, infatti, è maggiormente complicato, rispetto al passato, identificare i regimi non democratici.<br />
Inoltre, per Linz alcuni indicatori o indici utilizzabili per produrre sofisticate analisi statistiche in realtà danno luogo a risultati inattendibili. Le analisi quantitative dei paesi non democratici condotte in forza delle scale di misurazione, infatti, sono state fortemente criticate da autori come L. Munck, J. Verkuilen, e da alcuni commentatori come Coppedge, Marshall e Ward e che lo stesso Linz definisce certamente prive di fondamento teorico.<br />
Le analisi politiche e strategiche sul fenomeno del terrorismo hanno spinto molti studiosi ad individuare l’obiettivo di un movimento come quello di Al Qaeda, nell’edificazione di uno stato autonomo. Per Linz invece non hanno un progetto d’organizzazione dello Stato sia perché il destinatario dei loro atti politici è la comunità etnica, culturale e religiosa e non cittadini o sudditi in particolare.<br />
Lucidamente si cerca di comprendere che l’obiettivo principale di queste organizzazioni resti l’identificazione del popolo con le modalità di governo e l’applicazione delle leggi della sharî’ah e dei costumi islamici, piuttosto che l’organizzazione del potere. Alcune leggi estremamente restrittive, inoltre, potrebbero esser adottate anche democraticamente, oppure arbitrariamente da capi etnici o tribali com’è avvenuto in Afghanistan durante il periodo in cui dominavano i talebani e, tuttavia, anche in questi casi, non si configurano sistemi teocratici, poiché non è presente un potere chiaramente ecclesiastico e un clero istituzionalizzato come nel caso iraniano.<br />
In virtù di questa considerazione l’autore ritiene che sia la religione, in qualche misura, ad usare la politica e che lo scontro di civiltà di cui parla Huntington non abbia nulla a che vedere con il conflitto tra la democrazia e il fascismo o il comunismo e i regimi che hanno incarnato quelle concezioni dello stato, benché quello che descrive sia in larga misura un conflitto di politica estera internazionale degli Stati Uniti.<br />
Nelle analisi socio-politiche di Linz s’incontrano spesso definizioni concettuali a proposito dei regimi dell’Asia centrale quali democrazie imperfette o delegate, di semidemocrazia, democrazia di facciata o democrazia illiberale, mentre sarebbe più appropriato utilizzare il concetto di autoritarismo elettorale.<br />
In alcuni paesi dell’ex Unione Sovietica, per di più, si parla d’autoritarismo debole per quei governi che si appoggiano a strutture sociali quali i clan, piuttosto che sui connotati classici del nazionalismo, della religione o del partito unico. Gli interrogativi e le proposte di ricerca contenute nella postfazione sono numerose ed elencarle tutte sarebbe inopportuno in questa sede.<br />
Si deve segnalare, tuttavia una questione fondamentale: la transizione di alcuni regimi verso la piena democrazia. Innanzi tutto, alcuni paesi del quarto o del quinto mondo confrontandosi con problemi di natura economica e sociale incontrano difficoltà crescenti nel raggiungimento della democrazia. Alcuni regimi possono ridurre le costrizioni antiliberali e aprire una strada verso la transizione democratica, ma forzare il processo riproducendo i successi nell’Europa post bellica e nel Giappone non è possibile in altri luoghi del pianeta per via dell’inesistenza di stati e nazioni con una lunga storia pregressa.<br />
Altro elemento è la distinzione tra stato e regime e tra stato e nazione. Senza stato ed istituzioni fondamentali dotate di legittimità la stabilità di un regime democratico o autoritario è quasi inconcepibile, come nel caso dei regimi totalitari sultanistici la cui transizione democratica è particolarmente difficoltosa.<br />
La differenza con i regimi non democratici sorti durante le due guerre e quelli attuali permette considerazioni ulteriori. I primi sorsero dal fallimento della transizione di regimi liberali costituzionali alla democrazia o dal collasso dei regimi democratici. I secondi nacquero da rivoluzioni contro governi autocratici precostituiti o a ridosso della decolonizzazione e dell’indipendenza e, dunque, non fondati su una tradizione democratica.<br />
Questa proposta d’indagine esige, però, notevoli progressi nell’approfondimento della politica non democratica. La carenza d’informazioni, di strumenti intellettuali a disposizione, deve produrre nuovi approcci concettuali in grado di affrontare fenomeni che, evidentemente, non sono unidimensionali.<br />
In ultimo, alcune considerazioni riportate da Linz a proposito del post-totalitarismo che appaiono interessanti. In primo luogo, il pluralismo istituzionale in seno allo stato e il pluralismo sociale possono sfociare in una seconda cultura o in una cultura parallela che di fronte alle eventuali difficoltà del regime si possono opporre con una notevole forza in virtù di un’opposizione democratica radicata. Le differenze tra un regime autoritario e uno post-totalitario riguardano anche il riferimento storico. Nel secondo caso il sistema politico deve far i conti con tutta l’esperienza del precedente regime totalitario il quale, per definizione, ha eliminato o represso ogni preesistente fonte di pluralismo.<br />
I leader post-totalitari spesso tendono a perdere lo status di capi carismatici assumendo il ruolo di tecnocrati o burocrati di stato. Le leadership post-totalitarie, oltretutto, tendono a limitare, quando si presenta l’opportunità, la discrezionalità assoluta del leader. Queste gerarchie sono fondamentalmente costituite da appartenenti al partito, mentre i regimi autoritari tendono a cooptare nella nomenclatura quelle componenti detentrici di un certo potere. Altro elemento è il ruolo dell’ideologia e la realtà.<br />
Spesso la distanza tra gli obiettivi proposti dal sistema e le effettive condizioni della realtà spingono diversi settori della società civile, tra i quali si annoverano ex sostenitori del sistema, a muovere crescenti critiche al modello, fino a produrre un certo infiacchimento dei quadri dirigenti rispetto l’impegno ideologico.<br />
Tale tendenza, in ultima analisi, orienta un regime post-totalitario ad inseguire una legittimazione secondo criteri di produttività e funzionalità. I regimi post-totalitari esibiscono una debolezza che per l’autore non è stata pienamente capita e analizzata.<br />
Ben vengano, allora, quegli studi che approfondendo il tema della comparsa e della trasformazione spieghino le complesse dinamiche che determinano una scelta volontaria delle élites politiche di riformare il sistema, che rendono possibile una spontanea « detotalizzazione per esaurimento » o che portano alla creazione di spazi sociali, economici o culturali in grado di sfuggire al controllo del regime.</p>
<p style="text-align:left;"><strong>Riferimenti bibliografici:</strong><br />
J. Linz, Fascismo, autoritarismo, totalitarismo. Connessione e differenze, Ideazione Editrice, Roma, 2003.<br />
J. Linz, A. Stepan, L&#8217;Europa post-comunista, Il Mulino, Bologna, 2000.<br />
J. Linz, Sistemi totalitari e regimi autoritari. Un’analisi storico comparativa, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006.<br />
J. Linz, Democrazia e autoritarismo. Problemi e sfide tra XX e XXI secolo, Il mulino, Bologna, 2006.<br />
J. Linz, A. Stepan, Transizione e consolidamento democratico, Il Mulino, Bologna, 2000.</p>
<p><em>(fonte <span style="color:#0000ff;"><strong><a href="http://www.instoria.it/home/juan_linz.htm" target="_blank">qui</a></strong></span>)</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/suburbe.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/suburbe.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/suburbe.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/suburbe.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/suburbe.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/suburbe.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/suburbe.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/suburbe.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/suburbe.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/suburbe.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/suburbe.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/suburbe.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/suburbe.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/suburbe.wordpress.com/198/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=198&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>MASSA E POTERE</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Oct 2009 07:59:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>la redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-191" title="massaepotere" src="http://suburbe.files.wordpress.com/2009/10/massaepotere.jpg?w=460" alt="massaepotere"   /></p>
<p>Nel 1922, a Francoforte, lo studente diciassettenne Elias Canetti si trova ad assistere ad una manifestazione cotro l&#8217;assassinio di Rathenau. Quel giorno egli sentì che la massa esercita un&#8217;attrazione enigmatica, qualcosa di paragonabile al fenomeno della gravitazione. Nel 1927, a Vienna, compiva uin ulteriore passo: l&#8217;esperienza di essere nella massa, partecipando al grande corteo del 15 luglio, quando fu incendiato il Palazzo di Giustizia. La polizia sparò: novanta morti.<br />
Nelle sue memorie Canetti scriverà, a proposito della massa: &#8220;È un enigma che mi ha perseguitato per tutta la parte migliore della mia vita e, seppure sono arrivato a qualcosa, l&#8217;enigma nondimeno è restato tale&#8221;. Il &#8220;qualcosa&#8221; a cui qui si allude è Massa e potere che apparve nel 1960, dopo trentotto anni di elaborazione. Gia questi elementi, queste date, fanno capire quale immensa energia, concentrazione, furia si sia depositata in queste pagine.<br />
Ala lunghissima genesi dell&#8217;opera corrisponde l&#8217;estrema singolarità della sua forma. Qui non viene semplicemente offerta una nuova teoria da allineare alle altre già esistenti su queste due parole ossessive: massa, potere. Profondamente avverso alla coazione a spiegare, che opprime la nostra cultura, Canetti è qui riuscito nell&#8217;impresa di pensare con il massimo della precisione , ma tenendosi sempre &#8220;al margine del mondo dei concetti&#8221;. Questo libro, che si presenta come una severa trattazione scientifica, è ben più di un racconto frastagliato e sanguinoso: è un vasto mito costellato di tanti altri miti, spesso dissepolti con pasisone da libri dimenticati nell&#8217;oscurità delle biblioteche.<br />
Prima di diventare una vistosa caretteristica delle società moderne, la massa è stata, la massa continuna ad essere molte altre cose. Per avvicinarci a capirla, bisogna innanzitutto ricordare  &#8211; come dice un antico testo ebraico &#8211; &#8220;che non esiste spazio vuoto tra cielo e terra, bensì tutto è pieno di schiere e moltitudini&#8221;.<br />
La massa è qualcosa di esterno, ma può essere ache interna; è visibile, ma può essere anche invisibile; può uccidere, ma attrae. Massa è in primo luogo quella sterminata dei morti. Massa è il fuoco, il grano, la foresta, la pioggia, la sabbia, il vento, il mare, il denaro. Massa è la &#8220;scena psichica&#8221; dello schizofrenico. La massa, infine, non può esistere se non come contrappeso, cosmica &#8220;paredra&#8221;, di un&#8217;altra soverchiante entità: il potere.<br />
Alla proliferazione della massa <em>deve</em> rispondere la tenebrosa solitudine del potente. Genghik khan e il presidente Schreber, il sultano di Delhi e Filippo Maria Visconti spiccano nel loro molteplice delirio sul fondo di masse di sudditi, cadaveri, allucinazioni. Con l&#8217;asciuttezza vibrante di un analista cinese, Canetti ha saldato in un tutto questa immane storia che vive in ciascuno di noi, che è iscritta nei nostri gesti elementari: afferrare, fuggire, spiare, ingoiare. La muta dei cacciatori paleolitici convive e si intreccia per sempre con i dimostranti che incendiano il Palazzo di Giustizia, con il rogo della biblioteca di Kien in <em>Auto da fé</em>. Alla fine riconosciamo come dallo <em>sluagh-ghairm</em>, il grido di battaglia dei morti negli Highlands scozzesi, discenda e si espanda in tutto il mondo un&#8217;altra parola: lo<em> slogan</em>.</p>
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		<title>ALLEGRO MA NON TROPPO</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Oct 2009 07:59:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>la redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[con LE LEGGI FONDAMENTALI DELLA STUPIDITÀ UMANA Tanto per incominciare La vita è una cosa seria, molto spesso tragica, qualche volta comica. I Greci dell&#8217;età classica avvertivano profondamente e coltivavano il senso tragico della vita. I Romani, in genere più pratici, non ne facevano una tragedia ma consideravano la vita una cosa seria: di conseguenza [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=137&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>con LE LEGGI FONDAMENTALI DELLA STUPIDITÀ UMANA</strong></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-138" title="AllegroMaNonTroppo" src="http://suburbe.files.wordpress.com/2009/09/allegromanontroppo.jpg?w=460" alt="AllegroMaNonTroppo"   /></p>
<p><strong>Tanto per incominciare</strong></p>
<p>La vita è una cosa seria, molto spesso tragica, qualche volta comica. I Greci dell&#8217;età classica avvertivano profondamente e coltivavano il senso tragico della vita. I Romani, in genere più pratici, non ne facevano una tragedia ma consideravano la vita una cosa seria: di conseguenza tra le qualità umane apprezzavano in modo particolare la <em>gravitas</em> e tenevano in poco conto la <em>levitas</em>.<br />
Cosa sia il tragico non è difficile né da capire né da definire e se a un Tizio gira per la testa di apparire come una figura tragica non gli è difficile riuscirvi anche se Madre Natura non ha già provveduto alla bisogna. La serietà è pure una qualità relativamente facile da capire, da definire e per certi versi da praticare. Quel che è difficile definire e che non a tutti è dato di percepire ed apprezzare è il comico. <span style="text-decoration:underline;">E l&#8217;umorismo che consiste nella capacità di intendere, apprezzare ed esprimere il comico è una dote piuttosto rara tra gli esseri umani</span>.<br />
Intendiamoci: l&#8217;umorismo grossolano, facilone, volgare, prefabbricato (= barzelletta) è alla portata di molti ma non è vero umorismo. È un travestimento dell&#8217;umorismo. <span style="text-decoration:underline;">Il termine umorismo deriva dal termine &#8220;umore&#8221; e si riferisce ad una sottile e felice disposizione mentale solitamente basata su un fondamento di equilibrio psicologico e benessere fisiologico.</span> Schiere di scrittori, filosofi, epistemologi, linguisti hanno ripetutamente tentato di definire e spiegare l&#8217;umorismo. Ma dare una definizione dell&#8217;umorismo è cosa difficile per non dire impossibile. Tanto è vero che <span style="text-decoration:underline;">se una battuta umoristica non è percepita come tale dall&#8217;interlocutore è praticamente inutile se non addirittura controproducente cercare di spiegargliela.</span><br />
Chiaramente l&#8217;umorismo è la capacità intelligente e sottile di rilevare e rappresentare l&#8217;aspetto comico della realtà. Ma è anche molto di più.  Anzitutto, come scrissero DEvoto e Oli, <span style="text-decoration:underline;">l&#8217;umorismo non deve implicare una posizione ostile bensì una profonda e spesso indulgente simpatia umana.</span> Inoltre l&#8217;umorismo implica la percezione istintiva del momento e del luogo in cui può essere espresso. Fare dell&#8217;umorismo sulla precarietà della vita umana al capezzale di un moribondo, non è umorismo. D&#8217;altra parte quando quel gentiluomo francese che saliva i gradini che lo portavano alla ghigliottina, avendo inciampato in uno dei gradini, rivolgendosi alle guardie esclamò: &#8220;dicono che inciampare porti sfortuna&#8221;, quel gentiluomo meritava certamente che la sua testa venisse risparmiata.<br />
<span style="text-decoration:underline;">L&#8217;umorismo è così intimamente legato alla scelta accurata e specifica dell&#8217;espressione verbale in cui viene prodotto che difficilmente si riesce a tradaurlo da una lingua in un&#8217;altra. Il che anche significa che è così permeato dei caratteri della cultura in cui viene prodotto che riesce sovente del tutto incomprensibile quando travasato in un ambiente culturale diverso.</span><br />
<span style="text-decoration:underline;">L&#8217;umorismo va distinto dall&#8217;ironia. Quando si fa dell&#8217;ironia si ride degli altri. Quando si fa dell&#8217;umorismo si ride con gli altri. L&#8217;ironia ingenera tensioni e conflitti.</span> L&#8217;umorismo quando usato nella misura giusta e nel momento giusto (e se non è usato nella misura giusta e nel momento giusto non è umorismo) è il solvente per eccellenza per sgonfiare tensioni, risolvere situazioni altrimenti penose, facilitare rapporti e relazioni umane.<br />
È mia profonda convinzione quindi che ogni qualvolta si presenti l&#8217;occasione di praticare dell&#8217;umorismo sia un dovere sociale far sì che tale occasione non vada perduta. Da questa banale considerazione nacquero i due saggi che seguono. Furono originariamente pubblicati anni addietro (rispettivamente nel 1973 e nel 1976) in lingua inglese e in edizione ristretta riservata per soli amici. I due saggi però ebbero un insperato successo e mentre talune persone cercarono di procurarsene copia tramite amici o conoscenti, altri più intraprendenti ne fecero copie xero-grafiche o addirittura manoscritte che circolarono più o meno clandestinamente. Il fenomeno assunse proporzioni tali che l&#8217;editrice Il Mulino ed il sottoscritto finalmente decisero di procedere ad una edizione ufficiale e publbica che qui si presenta non priva di sostanziali revisioni rispetto alla prima edizione semi-clandestina.<br />
Nell&#8217;occasione di questa edizione ufficiale sento il dovere di fare due precisazioni. Nel saggio sul pepe il lettore non farà fatica a cogliere qualche puntata ironica. Ma spero mi si conceda che si tratta di ironia bonaria e paciosa taqle da non distanziarsi molto &#8211; almeno così mi auguro &#8211; dall&#8217;umorismo.<br />
Quanto al saggio sulla stupidità umana non è né più né meno che quella che gli eruditi settecenteschi avrebbero chiamata &#8220;una spiritosa invenzione&#8221;. Di fatto il saggio non ha alcuna attinenza con la mia vita personale. Peccherei gravemente di ingratitudine contro i fati che sino ad ora hanno presieduto al corso della mia vita se non confessassi di essere stato, nei miei rapporti umani, un essere straordinariamente fortunato nel senso che la stragrande maggioranza delle persone con cui venni in contatto furono di regola persone generose, buone ed intelligenti. Spero che leggendo queste pagine non si convincano che lo stupido sia io.</p>
<p>C.M.C.</p>
<p><em><strong>Nota.</strong> Le sottolineature del testo sono di Luca Marcon.</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/suburbe.wordpress.com/137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/suburbe.wordpress.com/137/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/suburbe.wordpress.com/137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/suburbe.wordpress.com/137/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/suburbe.wordpress.com/137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/suburbe.wordpress.com/137/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/suburbe.wordpress.com/137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/suburbe.wordpress.com/137/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/suburbe.wordpress.com/137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/suburbe.wordpress.com/137/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/suburbe.wordpress.com/137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/suburbe.wordpress.com/137/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/suburbe.wordpress.com/137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/suburbe.wordpress.com/137/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=137&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>DESTRA E SINISTRA</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Sep 2009 07:59:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>la redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[RAGIONI E SIGNIFICATI DI UNA DISTINZIONE POLITICA Prefazione Non si è mai scritto tanto come oggi contro la tradizionale distinzione tra destra e sinistra, considerata come una distinzione che avrebbe ormai fatto il suo tempo e non avrebbe più alcun senso, posto che in passato ne abbia avuto uno. Mai come oggi, nei giorni in [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=133&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>RAGIONI E SIGNIFICATI DI UNA DISTINZIONE POLITICA</strong></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-132" title="DestraESinistra" src="http://suburbe.files.wordpress.com/2009/09/destraesinistra.jpg?w=460" alt="DestraESinistra"   /></p>
<p><strong>Prefazione</strong></p>
<p>Non si è mai scritto tanto come oggi contro la tradizionale distinzione tra destra e sinistra, considerata come una distinzione che avrebbe ormai fatto il suo tempo e non avrebbe più alcun senso, posto che in passato ne abbia avuto uno.<br />
Mai come oggi, nei giorni in cui sto scrivendo queste righe, alla vigilia delle prossime elezioni per il rinnovo del parlamento (1994, NdR), la scena politica italiana è stata dominata da due schieramenti che si proclamano rispettivamente di destra e di sinistra e che, all&#8217;insegna diqueste due bandiere, si apprestano a lottare accanitamente l&#8217;uno contro l&#8217;altro per la supremazia.<br />
Dunque, destra e sinistra esistono ancora? E se esistono ancora, e tengono il campo, come si può dire che hanno perduto del tutto il loro significato? E se hanno ancora un significato, qual è?<br />
Da anni raccolgo schede su questo tema, che ha alimentato un dibattito senza fine e da cui sono nate le tesi più disparate e contraddittorie., anche se riconosco che quelle raccolte sono poche gocce in un immenso mare. Molte delle pagine che ora vedono la luce sono state scritte da tempo e mai pubblicate, anche se le tesi sostenute sono state presentate in seminari e pubblici dibattiti. All&#8217;attuale confusione si aggiunge il paradosso di due parole-chiave del discorso politico spesso e con diversi argomenti rinnegate ma delle quali sembra non si possa fare a meno: due parole che sono ancora oggi tanto cariche di significato emotivo da accendere gli animi sino a essere usate da ognuna delle due parti o per magnificare la propria, o per insultare quella avversa. Così mi è parso venuto il momento favorevole per riprendere queste pagine, ordinarle, aggiungervi qualche nota, e farle uscire in pubblico.<br />
Nel corso del lavoro ho cercato di non lasciarmi troppo influenzare dalle opinioni mutevoli, spesso improvvisate in un articolo di giornale e di rivista, ascoltando le quali rischiano di non essere capiti la sopravvivenza della distinzione nonostante tutte le confutazioni nonché gli odi e gli amori che continuano a tenerla in vita. Ho esaminato successivamente gli argomenti pro e contro (per usare un espresisone corrente, le &#8220;retoriche&#8221;), di cui si sono serviti i contendenti, le ragioni di volta in volta addotte a sostegno della morte o della sopravvivenza della contrapposizione, i criteri adottati da coloro che l&#8217;hanno difesa, prendendo in particolare considerazione alcuni autori che hanno dedicato alla formulazione di un criterio un&#8217;analisi personale e documentata.<br />
Negli ultimi due capitoli ho esposto, a guisa di conclusione delle letture e delle osservazioni che sono venuto via via facendo, quello che a mio parere è il nucleo irriducibile, ineliminabile, e come tale sempre risorgente, insieme ideale, storico ed esistenziale, della dicotomia. Guardando le cose con un certo distacco, non mi sono mai postoil problema di darne anche una valutazione. Non mi domando chi abbia ragione e chi torto, perché non credo sia di qualche utilità confondere il giudizio storico con le mie opinioni personali, anche se non faccio mistero, alla fine, a quale parte mi senta più vicino.</p>
<p>Torino, febbraio 1994<br />
N.B.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/suburbe.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/suburbe.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/suburbe.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/suburbe.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/suburbe.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/suburbe.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/suburbe.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/suburbe.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/suburbe.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/suburbe.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/suburbe.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/suburbe.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/suburbe.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/suburbe.wordpress.com/133/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=133&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>IL DENARO, STERCO DEL DEMONIO</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Sep 2009 06:59:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Marcon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cos’è il denaro? Quando e perché è nato? Il denaro è una logica affascinante ma tremendamente insidiosa che ha finito per soggiogarci e determinare gli stili, i ritmi, le modalità e gli scopi della nostra vita, disegnando prospettive inquietanti. Se dal punto di vista individuale il denaro è un credito, preso globalmente è un debito [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=101&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-100" title="denarostercodemonio" src="http://suburbe.files.wordpress.com/2009/09/denarostercodemonio.jpg?w=460" alt="denarostercodemonio"   /></p>
<p>Cos’è il denaro? Quando e perché è nato? Il denaro è una logica affascinante ma tremendamente insidiosa che ha finito per soggiogarci e determinare gli stili, i ritmi, le modalità e gli scopi della nostra vita, disegnando prospettive inquietanti. Se dal punto di vista individuale il denaro è un credito, preso globalmente è un debito sempre più colossale che stiamo accumulando col futuro. È una scommessa continua su se stessa, cioè sul vuoto. Fino a quando potrà durare il gioco? Il libro di Massimo Fini è da un lato una storia del denaro, rigorosamente documentata, dall’altro è un attacco radicale alla società contemporanea di cui il denaro, col suo abnorme sviluppo, è insieme metafora e concretissimo strumento.</p>
<ul>
<li>Il sito di <span style="color:#0000ff;"><strong><a href="http://www.massimofini.it/" target="_blank">Massimo Fini</a></strong></span></li>
<li>Il sito de &#8220;<span style="color:#0000ff;"><strong><a href="http://www.ilribelle.com/" target="_blank">Il ribelle</a></strong></span>&#8220;, mensile diretto da Massimo Fini</li>
</ul>
<ul>
<li>Intervista a Massimo Fini di Cristiano Lovatelli Ravarino</li>
</ul>
<p><em>Caro Massimo parlando con te- che molti consideriamo il meno banale e il più imprevedibile degli ultimi grandi maestri del nostro giornalismo -vengono in mente quelli avrebbero potuto diventarlo ma che per disgusto di come si pratica questo mestiere in Italia gliel’hanno data su, hanno smesso di scrivere,hanno cambiato lavoro. Parlo,ma la lista sarebbe lunga,di gente come Luca Rossi, Antonio Selvatici,Sergio di Cori.<span id="more-101"></span></em></p>
<p>Quello che dici purtroppo è vero,sono d’accordo.<br />
<em><br />
Il libro di Luca Rossi “I disonorati” sulla mafia rivelava verità scomode persino su Ayala e Caponnetto e i suoi articoli su PM , mensile di Panorama, sembravano scritti da Hemingway.</em></p>
<p>Col suo “Prodeide” Antonio Selvatici fece un ritratto-mai querelato-di Romano Prodi che Sembrava quello di Al Capone ed è diventato la summa dietrologica su di lui.Risultato:adesso vende appartamenti.<br />
Sergio di Cori, anche se pochi lo sanno, svolgeva le indagini sulla mafia in America per conto di Falcone.<br />
Risultato: licenziato in tronco dall’Unità.<br />
Adesso fa il pittore.</p>
<p><em>Poi ci sono i giornalisti che avrebbero potuto essere grandissimi ma rimasero medi perché schiantati da altri,come Gianfranco Venè. Che per inciso fu uno dei miei”scopritori”.</em></p>
<p>Venè era un grande giornalista ma venne sacrificato alla Fallaci,alla Orianasuperstar su cui l’Europeo di Giglio puntò tutto.</p>
<p><em>Parlando di chi è riuscito a non scomparire ma è diventato mito mi ha colpito scoprire in certe sue foto giovanili vedere quanto la Fallaci fosse avvenente e sexy(meno affascinanti gli ambienti vorrei-ma-non-posso delle sue case).Un discorso sul giornalismo italiano non può non partire da lei.</em></p>
<p>Io l’ho conosciuta e frequentata non più giovanissima, sui quaranta,era una donna già profondamente segnata dal tempo,però ancora molto affascinante .Io arrivavo all’Europeo dall’Avanti,per me era come traslocare in un mito,tutti questi colleghi che hanno coraggiosamente girato il mondo mi dicevo:sarà come assidersi alla tavola rotonda. Invece con mio sbigottimento mi resi conto che l’unica cosa che amavano-o di cui amavano parlare-erano i migliori alberghi,i migliori ristoranti , e le migliori…puttane.</p>
<p><em>E la Fallaci?</em></p>
<p>Ecco con la Fallaci quando andavi a pranzo-allora stava con Panagulis e forse umanamente fu il suo periodo migliore- non avevi bisogno della CNN tanto era multiforme e catturante l’universo di cose di cui ti parlava..</p>
<p><em>Infatti qualcuno ha detto che come affabulatrice era quasi meglio che come scrittrice.Poi però ti chiese di scrivere la sua biografia per i lettori che la reclamavano e tu sfornasti un tale capolavoro che lei si ingelosì e ruppe i rapporti con il pretesto di una…virgola.</em></p>
<p>No, non era gelosia,era una forma di perfezionismo&#8230;</p>
<p><em>Maniacale.</em></p>
<p>Una forma di perfezionismo. Il tuo pezzo è bellissimo mi disse ma questa virgola fuori posto lo rovina,io la estrarrei come un bisturi estrae un tumore da un corpo perfetto….bè,insomma,su un qualcosa di delicatissimo come scrivere all’Oriana la sua vita non le andò bene una virgola.<br />
Lo considerai un complimento immenso.</p>
<p><em>E a parlarle intimamente?</em></p>
<p>A parlarle confidenzialmente era un continuo fuoco d’artificio,direi meglio uno scoppio nucleare di aneddoti,ritratti fulminanti, urlacci, intuizioni scorticanti….</p>
<p><em>Come dicevo prima,ancor meglio come affabulatrice che come scrittrice.</em></p>
<p>Penso che a dirglielo uno avrebbe rischiato la pelle. Non a caso lei parlava di Santa Carta Scritta.<br />
Il testo è tutto,il testo è il Vangelo. Avemmo un bellissimo periodo. Prima che impazzisse.</p>
<p><em>So che a venire querelata si atteggiava a lesa maestà alla Regina, a Santa Giovanna d’Arco mandata al rogo. Poi però era lei la prima a querelare. Mezzo pianeta. Persino te,l’ex biografo amico,per un ritratto che le facesti,anche quello bellissimo. Ma non apologetico.</em></p>
<p>Ma infatti. Evidentemente ormai non era più in grado di sopportare neanche un alito di vento.<br />
Il mio in realtà era un ritratto dolce,in fondo affettuoso, anche se chiunque di noi non può- oltre le luci- non presentare qualche ombra. E’ chiaro che non potei non alludere, ad esempio, al suo carattere infernale. Mi fece quasi pena.</p>
<p><em>Perché?</em></p>
<p>Perché in modo artigianale si scrisse lei stessa nella querela la memoria difensiva d’accusa&#8230;</p>
<p><em>Sarà stata una requisitoria terribile.</em></p>
<p>No perché ormai- povera Orianina- non c’era più,scordava le cose,si dava la zappa sui piedi… se non fosse morta il processo l’avrei vinto a mani basse… avrei scritto un libricino magari un po’ perfido intitolato Massimo adversus Oriana con le esilaranti testimonianze dei testimoni o il grottesco di una udienza rimandata ad anni a venire con l’ Orianina ormai ridotta al lumicino&#8230;<br />
<em><br />
A proposito di querele,proprio perché sei il contrario di un giornalista accomodante,so che nei sei stato subissato come pochi.Mi sembra indecorosa quella che ti fece Raffaele Fiengo chiedendoti 3 miliardi e da medaglia sul petto quella di Luciano Moggi che ti querelò moltissimi anni fa per le cose che oggi sanno tutti.</em></p>
<p>“Fiengo mi querelò per una espressione chiarmente paradossale:” che non aveva mai scritto<br />
un articolo “ma quando si appurò che in 33 anni per il Corriere aveva scritto una cinquantina di articoli in tutto si vide che la mia espressione era quasi testuale,a parte essere lui una testa di ponte del partito comunista dentro il Corriere come lo stesso Lodovico Festa era disposto a testimoniare… il magistrato però non volle sentire nulla e nessuno ma per fortuna l’ammenda fu di soli dieci milioni…con Moggi-in effetti fui l’unico che lui querelò in quegli anni (e non ero certo un giornalista sportivo )mi condannarono in primo grado ma nel secondo il pm era stato un giocatore della Roma&#8230;fu lui stesso indignato a chiedere la mia assoluzione!!”<br />
<em><br />
Ma è vero, tornando alla Fallaci -il mito è stato talmente incensato che possiamo con affetto soffermarci anche su qualche umana debolezza-che l’Oriana ogni volta che telefonava ad esempio a Feltri faceva finta cadesse la linea per farsi ritelefonare e non appesantire la bolletta ?</em></p>
<p>“E’ verissimo. Sai, era toscana. Non tutti ma c’è una genìa di toscani avari marci, attaccati allo spillo. Mi diceva Davide Lajolo che quando andava a cena con Curzio Malaparte,che io considero il più grande di tutti…”</p>
<p><em>Concordo. E’giornalismo che pur essendo preciso e cronachistico si elèva ad altissima letteratura….</em></p>
<p>“…il conto, con mosse quasi da prestigiatore,a poco a poco Malaparte lo avvicinava al suo piatto dimodochè al povero Lajolo toccava pagare ogni volta. Ma il dato più sconvolgente non è l’ avarizia ,ma la solitudine della Fallaci. Mi chiedo quanto dovesse sentirsi sola per ridursi a telefonare spesso a Vittorio Feltri. “</p>
<p><em>C’è di peggio.Telefonava spesso a Castelli.</em></p>
<p>“Il giudice Caselli?”<br />
<em><br />
Eh magari,no l’ex Ministro leghista di Giustizia Roberto Castelli…telefonava a Castelli spessissimo per avere aggiornamenti giuridici sull’islam… con tutto il rispetto come fonte non mi sembra il massimo..ma la cosa interessante è che gli faceva giurare per iscritto di non rivelare queste sue telefonate!il mito,alla costruzione del proprio la Fallaci si dedicò fino all’ultimo respiro , non si fa mai vivo.</em></p>
<p>“Finì sola ,solissima, povera Orianina. A proposito di mito penso lo fossero in parte anche le sue osannate interviste politiche- fatte per illuminare più sé che chi intervistava-io gli ho sempre preferite le prime,quelle agli attori,alla gente di spettacolo.”</p>
<p><em>Ne ricordo una prodigiosa a Pietro Germi in cui va avanti e in modo avvincente cinque cartelle Solo descrivendo come il regista si rifiutava di rispondere al telefono o di aprire la porta.</em><br />
<em>In quanto alle altre…giù il cappello ovviamente,ci inginocchiamo,sono nella Storia. Però&#8230;però La sua manipolazione-non voglio dire falsificazione- il suo espediente-non voglio trucchetto- Molti elementi fanno pensare consistesse nell’essere testuale nelle risposte ma autocelebrativa nelle domande…insomma un conto è dire:”Signor Presidente qualcuno ipotizza lei</em> <em>sia duro con l’opposizione “un altro è sbobinare la domanda teatralizzandola in : ” Come fa un lurido orrendo sporco dittatore come lei a tenersi l’anima in pace con le galere gonfie di cadaveri ??!” Nessuno dei testimoni dell’intervista a Khomeini vide il famoso schador rabbiosamente gettato via e nessuno dei testimoni dell’intervista a Kissinger persino ricorda la famosa frase del Cowboy che solitario spiana al popolo la democrazia….a chi</em> <em>smentiva,soprattutto ripeto il tono delle sue domande più che l’intervista ,(in America non a caso c’era chi la chiamava “Oriana the Fallacy””Oriana l’Inganno”)lei dava del farabutto,del mascalzone,del cagasotto,del senza palle,fors’anche del microfallico.Eppure le sarebbe bastato chiosare :”Signori alla Boston University come tutti sanno sotto conservati sotto vuoto come reliquie i nastri delle mie interviste. Andateveli a risentire,teste di cazzo.”</em> <em>Ma,curiosamente,non lo fece mai. A maggior ragione però giù il cappello alla grande scrittrice.</em></p>
<p>“ Nelle interviste però ,non certo nei romanzi. Purtroppo lei fraintese sciaguratamente un consiglio di Curzio Malaparte che aveva intuito il suo talento e che la esortò :”Orianina ricordati che un vero giornalista per essere tale scrive anche dei libri “Ma lui intendeva libri di saggistica non certo romanzi…lo stile della Fallaci, in effetti spesso folgorante nelle interviste, nei romanzi diventa stucchevole, melenso…il giornalista non è portato a essere uno scrittore,sono due stili che si elidono.”</p>
<p><em>Tranne clamorose eccezioni come Dos Passos ed Hemingway</em></p>
<p>“Eccezioni appunto.. eppoi di scrittori che in fondo hanno forzato il proprio stile per diventare giornalisti…da noi l’esempio maggiore rimane Dino Buzzati. “</p>
<p><em>Un altro dei miei miti. Sua moglie Almerina non ha mai concesso un’intervista ma grazie a Giorgio Soavi divenni talmente suo amico che grazie alle sue confidenze potrei scrivere un libro…dopo la morte del grande Dino divenne, per occupare il tempo, l’immobiliarista della Milano bene…Craxi Armani ,Feltrinelli ,e vide tante cose…come quella volta che andò all’improvviso a</em> <em>trovare una parente di Feltrinelli in un capannone industriale da lei affittatole e un mare di urla l’accolse -quando entrò- di fare attenzione dato che stava passeggiando in mezzo a timers e plastico C4…oppure quando mi smentì blandamente che Armani per ringraziare i tanti celebrativi articoli di Silvia Giacomoni ,la moglie di Giorgio Bocca, si vociferava le avesse omaggiato un attico…per inciso la Giacomoni la ricordo trent’anni fa a un congresso della CGL a Firenze con questo bel viso sexy,è ancora viva?<br />
</em><br />
“Purtroppo sì. Nella bella casa dove vivono lo tiene oramai prigioniero. Va detto però che di libri che Giorgio continua a reputare tra i suoi capolavori come la biografia di Togliatti fu la Giacomoni a svolgere il durissimo lavoro di ricerca.”</p>
<p><em>A proposito di grandi maestri che si scannano fra di loro…di recente Pansa ha parlato per Bocca di demenza senile e di squallida invidia per il suo successo di vendite(in questa querelle è arrivato persino a dare a Corrado Augias del piccolo boss di partito, del poco professionale, dell’ipocrita tartufo) Bocca a sua volta non usa mezzi termini:dice che Pansa è solo un fascista e dovrebbe andare in galera.</em></p>
<p>“Non c’è paragone tra Bocca e Pansa Con il primo parliamo di Coppa dei Campioni con il secondo di serie C. Pansa scrive le stesse cose che Giorgio Pisanò scriveva trent’anni prima di lui venendo ricoperto- nonostante le cose che scriveva fossero giuste e fosse un reporter mirabile &#8211; da un oceano di fango da parte di tutti, Pansa compreso. Oggi che il clima è cambiato è molto più facile …francamente non ho una particolare stima per Pansa mentre ne ho molta per Bocca che sulla pagina scritta conserva una lucidità grandissima.”<br />
<em><br />
Per non parlare dei suoi libri straordinari, anche come riflessione sul nostro mestiere, come il “Provinciale” e l’Inferno” Non ricordo in quale scrisse che amava in modo particolare gli archivi della Mondadori ottimi, se non altro, per scoparsi tutte le segretarie. Voglio fare il giornalista!mi sono detto.</em></p>
<p>“Il Provinciale è un libro straordinario. Tanto è vero che a Giorgio – che in effetti il complesso dei libri di Pansa che vendono più dei suoi ce l’ha- glielo dico sempre: chettifrega, diversi dei tuoi libri rimarranno,quelli di Pansa no. Siamo su due piani diversi.”</p>
<p><em>Debbo comunque osservare che i detrattori di Pansa lo insultano genericamente ma mai nei contenuti traumatizzanti dei suoi libri sulle stragi partigiane,dove è documentale.Ma torniamo alle tue colpe se questo sgangherato cecchino dell’informazione (quale mi reputo:ogni tanto però ci prendo )è divenuto tale.Mi innamorai dei tuoi dialoghi con Bocca su Prima</em> <em>Comunicazione…anche il suo storico direttore , Umberto Brunetti, ha uno stile rutilante ma a differenza del tuo, volto ai contenuti ,il suo è più fine a se stesso,enzobiagista -se mi passa il termine che considero riduttivo- insomma lui è uno che ti affascina cartelle intere descrivendoti come il batacchio</em> <em>dell’editore Caracciolo gli sbatacchia sulla gamba mentre si getta in mare piuttosto che sondare i suoi oscuri rapporti con Tassan Din o con Flavio Carbone il malavitoso forse omicida…ricordo dopo alcune mie interviste per cui la redazione di Prima gridò al miracolo che mi censurò una intervista a Federico Zeri (in cui guarda caso parlava anche della causa vinta in America contro le balle che la Fallaci scrisse di lui) gemendo spaventatissimo al</em> <em>telefono :”Mio Dio, mio Dio che cose tremende dice Zeri&#8230;non posso proprio pubblicartela ..ne avremmo solo terribili grane !“Ma come grane, erano vere o no le cose che diceva?era credibile o no Zeri,numero uno al mondo nel suo mestiere? La pubblicai poco dopo su Flash Art e non successe nulla,a parte che quel gentiluomo di Giancarlo Politi i miei pezzi su Flash Art non me li ha mai pagati…</em></p>
<p>“ Su Prima ebbi l’umiltà di fare lo sparring patner di Giorgio..diciamo pure la parte del cretino dei fratelli de Rege per far emergere un certo scenario mediatico..ogni tanto poi riuscivo a infilare qualche mia zampata personale…in effetti riprovarono a farglieli fare con qualcun’altro ma non sono più stati,credo,così efficaci.”<br />
<em><br />
La rottura nacque,mi sembra , perché a suo avviso colorasti troppo un suo giudizio non propriamente lusinghiero sull’ex direttore del Corriere della Sera Alberto Cavallari.</em></p>
<p>“ No,la storia è un’altra. Facevamo questi dialoghi…”</p>
<p><em>Straordinari.</em></p>
<p>“Grazie. Dicevo facevamo questi dialoghi sul giornalismo nostrano-e-non e lui un giorno fa delle critiche al vetriolo al direttore dell’Espresso Livio Zanetti che io riporto. Esce Prima e Bocca al telefono alle cinque del mattino,cosa del tutto inusuale per lui,mi butta giù dal letto:”Sei impazzito-mi fa- hai riportato le mie critiche a Zanetti. “Ma non è la verità?- gli replicai,non sono le cose che mi hai detto? La sua risposta me la ricorderò tutta la vita,proprio perché proveniva da quello che io consideravo un maestro del giornalismo coraggioso ,senza bavagli :” Se arrivato alla tua età pensi ancora che la verità sia una cosa che va detta sempre mi dispiace,sei solo un povero imbecille ” e butta giù il telefono.Improvvisamente mi resi conto che per lui la battaglia della verità,perlomeno in questo caso,contava assai meno che il timore Zanetti¬ –impermalosito-gli togliesse la sua rubrica settimanale.Io ho sempre pensato che una delle poche cose belle di quella orribile malattia che è invecchiare è che uno finalmente dice un po’ quello che gli pare…Giorgio purtroppo è sempre rimasto il figlio della maestrina indigente di Cuneo per cui nonostante sia divenuto-meritissimevolmente- ricco e famoso gli è sempre rimasta l’angoscia del denaro.Sottolineo che tutto questo lo dico con grande affetto e grande rispetto. Ricordo una volta che gli piombai in caso e lo trovo che incollava delle striscioline su una pagina..”Ma che fai? “ gli chiesi. “La voce di una enciclopedia”mi rispose tutto contento. “Ma hai tempo per queste cose ?” gli chiesi interdetto “ Sai,mi danno centomila lire “che pur essendo noi nell’81 non era certo una cifra per cui perder tempo…non era solo una questione di denaro, la questione era ancora più sottile e per me angosciante per lui. Giorgio,appieno,non si è mai reso conto di quanto fosse e sia importante…ricordo che andava alle cene dei Pirelli,della Crespi,dei Brianon e mi raccontava come questi,con la tipica spilorceria dei ricchi, lo avvilivano-lui che è un formidabile mangiatore- con delle insalatine,dei ravanelli…”Ma perché ci vai,scusa ?” gli obbiettavo “Eh,mai sai,è gente importante ..”mi rispondevo tutto onorato..”Ma porco mondo Giorgio :non ti rendi conto che tu sei mille volte più importante di loro??!” gli abbaiavo, ferìto per lui. Niente,rimaneva onorato.C’è un lato masochista in un uomo pure così solido e realista come lui.Ricordo quando era già famoso che Tommaso Giglio e Giuseppe Trevisani andavano a cena a casa sua per dirgli che era un provinciale e anche un cretino.”Ma perché non li mandi a cagare! ” mi permettevo di suggerirgli. “Bisogna avere rispetto per l’età “mi rispondeva. Incredibile. “</p>
<p><em>A proposito di scannamenti tra grandi maestri di recente al Festival della letteratura di Mantova mi ha sconvolto il grande-lui sì davvero- Robert Fisk. No,dico:una che parla le lingue arabe,uno che ha intervistato tre volte Osama Bin Laden,uno che in Oriente ci vive ed è in grado di correggere un ayatollah su una citazione del Corano:lui sì,il corrispondente dell’Indipendent ,che è un vero maestro tra due culture. Prima di lui e quanto lui ammiravo solo il</em> <em>corrispondente sempre da quei luoghi del New York Times, Thomas Friedman. Glielo cito pensando di compiacerlo e lui di colpo paonazzo e come se fosse sul punto di vomitare inizia a gridare :”Coosa? Thomas Friedman??uno che si fa pagare 75.000 dollari a conferenza…io piuttosto che sorbirmi quella merda sarei capace di pagarli io,75.000 dollari ,pur di non sentirlo!!” Mi viene in mente il disprezzo,che spesso dai tuoi articoli emerge,di Montanelli nei confronti di Scalfari.</em></p>
<p>“Una volta chiesi a Indro cosa pensasse di Scalfari e lui mi disse semplicemente “Non è dei nostri,non è un giornalista.” Un grande manager editoriale certo,un grande organizzatore ,il creatore di Repubblica,ma più un politico che un giornalista.E come politico per inciso deleterio,il suo è il classico bacio della morte,tutti coloro di cui ha sposato la causa hanno visto di colpo eclissare il proprio potere.I suoi pezzi poi…la loro illeggibilità ormai è quasi mitologica Una volta erano contorti,adesso sono un enigma sepolto dentro un mistero…il tutto per di più condito da un ore rotundo caramelloso, da velina governativa di provincia.Il contrario del nitore mozartiano di Montanelli capace anch’esso di virtuosismi ma calati in un tale contesto di chiarezza da renderli mai indigesti.”</p>
<p><em>A parte che si atteggia a Socrate -con tutto la gratitudine che gli dobbiamo per quel difficile miracolo editoriale che è stata la nascita dal nulla di Repubblica- e il suo braccio destro Peppino Turani prendeva.. le mazzette da</em> <em>Gardini (tutti abbiamo un Previti dentro di noi) e dopo averci tormentato le scatole per decenni su come la P2 fosse l’ufficio stampa del Demonio con la P2 il suo editore si metteva d’accordo-il famoso patto editoriale con Tassan Din- e soprattutto (come dimostra la non querelata biografia non autorizzata sul</em> <em>nostro di Piero Vigorelli “Barba Padrona”Nuova edizione del Gallo 1989) al referente bancario romano della P2 Giovanni Guidi dovette l’essere riuscito il suo giornale nei primi anni a scampare dalla bancarotta!</em></p>
<p>“La colpa maggiore di Scalfari a mio avviso è che egli ha introdotto nell’intellighenzia italiana quello che potremmo chiamare il virus della quaglia,e cioè scrivere una cosa e sei mesi dopo esattamente il contrario senza pagare ammenda. Un virus esponenziale perchè poi i sei mesi in lui divennero un mese,un mese divenne il giorno dopo finchè trionfalmente ricordo un suo pezzo su Craxi in cui alla fine smentiva severamente l’incipit del suo stesso articolo. Questo andazzo,che prima di Scalfari sarebbe stato impossibile, grazie a lui è divenuto una delle connotazioni del giornalismo italiano. Ricordo la battuta che faceva Montanelli quando gli parlavano del grande Scalfari.“Di grande,di certo,c’è solo il bancario.”<br />
<em><br />
Viene in mente il clamoroso scoop su come fosti tu-a costo di rubare-a fornire la prova ai magistrati che la P2 si stava impossessando della Rizzoli.</em></p>
<p>“In realtà le cose furono molto semplici.Ero andato dal mio avvocato Gaetano Pecorella per il divorzio di mia moglie e lui imprudentemente aveva scordato sul tavolo il documento del patto con cui Angelo Rizzoli cedeva all’Istituzione, cioè la P2, il gruppo Rizzoli -Corriere della Sera attraverso la Fincoriz di Bruno Tassan Din…pubblicai tutto su il Giorno e Pagina…Tassan Din ebbe la faccia tosta di querelarmi per 50 miliardi…tra l’altro anni prima l’avevo conosciuto,un mio amico con cui andavamo a giocare a poker a Campione se l’era tirato dietro,alla frontiera senza documenti fa una scenata penosa : “Lei non sa chi sono io!”siamo dovuto tornare indietro a recuperare la sua carta d’identità…che questo impiegatuccio squallido ad un certo punto sia diventato uno dei burattinai d’Italia è qualcosa…tra l’altro ho la certezza psicologica che sia stata lui la fonte anonima che fece ritrovare le famose liste dela P2 a Castiglion Fibocchi, in questi modo il servo infedele- e mitomane- pensava di liberarsi dei suoi padroni Gelli e Ortolani e sostituirsi al loro potere…”<br />
<em><br />
Che in realtà condivideva con metodi infimi, si è detto anche grazie alle memorie erotiche della Sandra Milo e della Moana Pozzi-dove di molti politici venivano fatti nomi cognomi luoghi date e prestazione sessuali- di cui a lungo bloccò la pubblicazione in chiave ricattatoria…</em></p>
<p>“Di certo le donne le procurava ad Angelo Rizzoli con questa motivazione grottesca:”Sono un pezzo grosso della Rizzoli !” e le donne le procurava.. al capo della Rizzoli. Povero Angelo,studiavamo assieme al Bachelet e giocavamo assieme a calcio,anzi lui no perché era troppo grasso,inziarono lì i suoi complessi ingigantiti dalla sua terribile matrigna,la Ljuba Rizzoli.”</p>
<p><em>Se c’è una tua intervista che sembrava scritta dalla Fallaci ma a differenza di quelle della Fallaci era documentata e non solipsistica fu la tua mitica intervista ad Angelo Rizzoli per l’Europeo…a proposito oltre a riviste come l’Europeo e Pagina fosti l’anima di un altro grande foglio- perlomeno agli inizi-L’Indipendente&#8230;come finì quell ‘avventura?</em></p>
<p>“Uno dei primi sintomi inquietanti che ebbi da Feltri quando lavoravamo all’Indipendente…”<br />
<em><br />
Che grazie ai tuoi editoriali ed articoli ,è universalmente riconosciuto, a quanto passò?</em></p>
<p>“…da 5000 a 120.000 mila copie. “</p>
<p><em>Cazzarola !</em></p>
<p>“…fu che lui mi rivelò all’improvviso che Scalfari era per lui una stella polare. Stella?ma se il nostro giornale era quanto di più antiscalfariano ci potesse essere al mondo!Poco tempo dopo mi chiese se sarei andato con lui al Giornale di Berlusconi di cui gli avevano offerto la direzione..gli spiegai i mille motivi per cui non avrei mai potuto e soprattutto che avevamo in quel periodo la possibilità di fare dell’Indipendente la Repubblica di quegli anni….discutemmo e bevemmo più volte fino a tarda notte..ogni volta terminava con questo auspicio esorcistico :” In culo a Berlusconi e al suo Giornale!” L’ultima volta ,il mattino dopo, andò a firmare. L’abbandono dell’Indipendente,una nostra creatura in fondo,è qualcosa che a Vittorio non ho mai perdonato. Il che non toglie che i nostri rapporti umanamente siano tornati ottimi e quando nessuno ha voglia di farlo lui non ha mai paura a pubblicare qualunque mio pezzo scomodo…ma L’indipendente era un formidabile cacciatorpediniere- di cui eravamo proprietari: il sogno di ogni giornalista- in grado di silurare qualunque pachidermica corazzata tipo Corriere della Sera che ci passasse davanti..Vittorio sprecò una occasione storica irripetibile:”</p>
<p><em>Ma non eri stato nel comitato di redazione del Corsera?</em></p>
<p>“ No,andò così.Tommaso Giglio non voleva andassimo alle riunioni del sindacato di redazione.. ora se c’è una cosa che mi sta sui co…che proprio non…però era un po’ come mi dicesse non si va a puttane.<br />
Bello o brutto che sia saranno ca…miei,o no? Scrissi una lettera a Giglio in cui dicevo che il suo ostracismo al comitato di redazione era una di quei piccolissimi sentieri la cui strada finale era la gasatura degli ebrei. Giglio che pure mi voleva e mi volle sempre un gran bene non la prese bene e non mi faceva fare più pezzi…quindi divenni paradossalmente un mito sindacale e mi votavano per il comitato di redazione della Rizzoli che detestavo e per cui per inciso ero un assoluto incapace.”</p>
<p><em>Come il tuo maestro Montanelli faceva e il tuo ideale giornalistico Curzio Malaparte suggeriva tu scrivi anche libri,libri di storia-ho letto d’un fiato Nerone- ma a differenza di Montanelli che spalmava di esilaranti battute un materiale orecchiato da altri tu arrivi a fare le pulci e a riflettere Sull’intero asse storiografico dell’argomento di cui ti stai occupando.</em></p>
<p>“ Beh,Nerone mi è costato quasi tre anni di lavoro.”</p>
<p><em>Non è un pamphlet.</em></p>
<p>“Non è un pahmplet.Certo io non sono uno storico di quelli che addirittura riescono a creare le proprie stesse fonti con scoperte d’archivio ma le fonti le ho sondate tutte e per quello che ho potuto ho fatto anche ricerche personali,..Montanelli tirava via dato anche il numero elevatissimo di tomi (con colpi d’ala però tipo il suo splendido libro sulla Controriforma ) compensando con il suo geniaccio toscano..”</p>
<p><em>Non si è mai capito come mai si fosse messo accanto allora uno sconosciuto come Roberto Gervaso.Molti ipotizzarono l’unica spiegazione possibile fosse che era suo figlio,un figlio naturale.</em></p>
<p>“E’ vero, lo si disse…certo gli assomiglia poco. Nell’aspetto. E soprattutto nell’intelligenza “</p>
<p><em>Della trimurti Montanelli-Bocca- Biagi è rimasto solo Bocca.</em></p>
<p>“Biagi era uno con cui potevi parlare solo di mestiere,non conosceva altro. Giorgio è uno che se gli si apre la botola dell’esistenziale cerca di evitarla ma poi ci cade inevitabilmente e gustosamente dentro. Montanelli…Montanelli era come digitare l’Universo. Io non ho mai trovato un solo argomento in decenni di frequentazione su cui non sapesse o non mi sorprendesse.”<br />
<em><br />
Sarà cronaca rosa ma è stato anche uno dei più grandi amanti del secolo.Centinaia di amanti su cui ha sempre steso un immenso velo signorile. No,dico: parliamo di uno che quando la regina Maria Josè si ruppe le palle del Re-se mi passi la metonimia-fuggì con lui.E non lo ha mai rivelato a nessuno,anche se una ristrettissima cerchia lo sapeva.</em></p>
<p>“Era anche un uomo di suprema eleganza. Non solo affettivamente con le donne ma anche deontologicamente con i collaboratori. Quando scrissi per la Mondadori un libro “Il Conformista “-che in realtà era una raccolta di miei pezzi polemici scritti tra gli anni ottanta e novanta- alla Mondadori mi dissero qui ci vuole una introduzione di peso,di Montanelli. Io della leggenda di Fucecchio avevo un timore reverenziale, gli davo del tu come si fa fra colleghi ma era un tu intimidito e onorato..vado da lui con la tremarella e balbetto ;”Direttore è ancora peggio di quanto pensi,non ti chiedo una recensione al mio libro ma addirittura l’introduzione..” Non mi fece quasi finire : “Certo. Te la devo. Sono in debito.” Ma come in debito,semmai in debito ero io che mi permetteva di collaborare con lui! Due giorni dopo la splendida introduzione di Indro era già sul mio tavolo.Diceva di essere in debito lui a me che potevo solo ringraziarlo. Questo in un mestiere che se chiedi a qualcuno a cui hai magari salvato la pelle un caffè te lo fa pesare.”</p>
<p><em>Era stupenda anche Colette Rosselli ,la moglie,tra l’altro scrittrice molto più urticante di quanto Donna Letizia potesse far credere.Una delle poche ad aver fatto in quei tempi un riratto al cianuro</em><br />
<em>Di un personaggio vagamente nauseante e del tutto agiograficamente beatificato come Sandro Pertini. Non la prendo come una medaglia di merito –anzi sì -ma credo di essere stato l’unico giornalista querelato da lui (querela</em> <em>minacciata e mai arrivata ovviamente)( come riporta nel suo folgorante libro- intervista a Pertini proprio Livio Zanetti:”Cercai inutilmente di far licenziare uno strano giornalista italoamericano..”) In un mio articolo scritto</em> <em>per l’America riportai quello che pensavano veramente di lui alcune fonti non sospette. All’ A.N.P.I ad esempio di lui dicevano :”O era una spia o era un idiota” tanto è vero che tutti i capi partigiani clandestini che lui durante il</em> <em>fascismo andava a trovare il giorno dopo venivano arrestati. Sempre all’A.N.P.I non gli perdonavano che nel dopo guerra divenuto comunque famoso per fare un comizio pretendesse scarpe e abiti di Gucci firmati. Per</em> <em>non parlare dei quadri del Senato prestatigli come ex presidente dello stesso e sembra mai restituiti. Delle veline del Sifar che concordamente lo qualificavano come il più adatto a far da paravento istituzionale in caso di</em> <em>colpo di Stato.Della malignità con cui assillò il povero Lombardi tanto si disse da contribuire a fargli venire l’infarto…alla marea di insulti da scaricatore di porto e di bestemmie irriferibili con cui immediatamente ricopriva chi solo accennasse anche velatamente a un accenno critico..Scalfari compreso.</em></p>
<p>“ Ci sono cinque righe in un libro di Altiero Spinelli- vergognosamente censurate dall’editore- in cui in effetti il padre spirituale della Comunità Europea ricordava che quando erano al confino a Ventotene nessuno si fidava di Pertini, indecisi se fosse un cretino o appunto una spia. Con me piove sul bagnato perché allora fui tra i pochi,se non l’unico,a scrivere cinque o sei pezzi violentissimi contro questa vomitevole retorica propertiniana che in tanti sapevano chi fosse, in realtà. Ricordo non so quale collega,si fa per dire, che scrisse: “Ecco l’aereo di Pertini che democraticamente atterra come tutti gli altri “…insomma il nostro Presidente era così benigno da abbassarsi,da planare come il resto del popolo!…”</p>
<p><em>Un altro capolavoro da baciapile fu quello di Gianni Bisiach ,che scrisse: “Quando era coscritto in Francia il futuro Presidente ridipingeva le pareti con lente e maestose pennellate fatte ad arte,senza sbagliarne una. Più che il ritratto di un imbianchino sembra il ritratto di Michelangelo.</em></p>
<p>“ L’ultimo mio articolo su Pertini si chiamava “Il Presidente che io vorrei “ scritto verso la fine del suo settennato che era l’esatto contrario di ciò che poteva caratterizzare uno come lui. Immediata rabbiosa telefonata al direttore della rivista la Domenica del Corriere Pierluigi Magnaschi,un gentleman dell’informazione, il quale ricoperto da una valanga di insulti cerca di barcamenarsi alludendo all’autonomia delle rubriche dei giornalisti, allo spirito un po’ da bastian contrario di Massimo Fini…era come fermare il mare con un dito.Il “nostro” San Pertini gli latra minacciosamente:”Non credere di fare il furbo con me,imbecille!chiamo il tuo padrone Agnelli e vediamo qui chi comanda!” E infatti il giorno dopo mi si presenta il responsabile editoriale della casa editrice Lamberto Sechi…”</p>
<p><em>Lamberto Sechi?no!il creatore di Panorama,un’altro dei miei miti assoluti…non mi dire che si prestò al gioco sporco di Pertini…sarebbe come se mi portassi le prove documentali che Gesù rubava .</em></p>
<p>“Eppure purtroppo è così. Mi disse:meglio che non ti occupi più di Pertini.Non solo ma Magnaschi<br />
nonostante avesse portato la rivista a un numero di vendite record nel giro di tre mesi venne licenziato e ovviamente anch’io allontanato dalla rivista.”</p>
<p><em>Massimo, scusami, mi sembra impossibile,per Sechi dico.</em></p>
<p>“Tanto impossibile che lo stesso Magnaschi te lo può confermare,a parte la storia stessa della rivista. Eppure fu lo stesso Lamberto Sechi che come funzionario editoriale aveva grigiamente svolto un lavoro diciamo di ramazza che tornato Direttore- lo divenne all’Europeo-non solo valorizzò moltissimo la mia rubrica ma nonostante credo nel 90% dei casi non fosse d’accordo con le mie opinioni non le censurò mai,mai. Il grigio funzionario ritornò lo splendido Direttore che era sempre stato. Anzi io quell ’episodio cercai di raccontarlo una volta al Maurizio Costanzo show…”<br />
<em><br />
La cui cultura al massimo arriva alla Garbatella, hai scritto.</em></p>
<p>“Esatto ma avendo appunto quel tipo di cultura sfumò subito il mio discorso..”</p>
<p><em>Costanzo è sempre stato nelle mani dei mediocri che avevano un minimo di spessore. Ricordo una volta che presentò come coraggiosa eroica verità rivelata un intervento dell’avvocato Giampaolo sul 2 Agosto…non che quest’ultimo non sia degna persona ma è portatore di una lettura di parte sulla strage che non ne esclude altre…Costanzo tremava dall’emozione come</em> <em>di fronte a Mosè&#8230;era soltanto l’emozione di un anchor man talmente professionista da non aver mai letto un atto processuale in vita sua. Comunque. Rievocando battaglie meno nobili in una bella intervista che ti ha fatto Giancarlo Perna si ricordano le zuffe tra te e un altro grande creativo della provocazione,Vittorio Sgarbi.</em></p>
<p>“Arrivò a mettere la mia foto con sopra scritto Wanted a Sgarbi Quotidiani come simbolo del forcaiolismo.E dire che soprattutto agli inizi lo difesi contro tutto e tutti, stessi giornalisti compresi, impermalositi e complessati dalla sua dialettica irresistibile…e dire che fui io a portarlo all’Europeo di Lanfranco Vaccari per i suoi primi articoli,ero rimasto colpito dalla sua verve straripante al Costanzo Show,verve che peraltro negli articoli non si ripetè…sì poi ci sbertucciammo per una tipa e per il fatto che se lo criticavo mancavo di “avvertirlo”..insomma la critica con avvertimento diplomatico preventivo è una categoria che non conoscevo…io l’avevo criticato tra l’altro per il suo pressappochismo liquidatorio nei confronti dei giudici “Sarebbe-gli dissi-come se dicessi io a te che Caravaggio e Michelangelo sono tutti farabutti e assassini..” lui ,che mi aveva appena querelato,era capace in certe cene dove lo incontravo di alzarsi e fare intemerate furibonde contro gli stronzi che querelavano…una volta scrissi che sarebbe diventato adulto solo quando si fosse liberato dell’ombra onnipresente della madre…iniziò a sostenere e a ululare che io mi auguravo la morte di sua madre…una cosa insensata e penosa… poi comunque tanto mediò la signora Rina che ci riconciliammo…c’è un fondo caratteriale in lui in realtà dolcissimo…”</p>
<p><em>Lo ha dimostrato anche di recente al Premio Mantegna da lui fatto dare a Leonardo Cremonini…<br />
la premura e deferenza quasi filiale con cui trattava il grande pittore era commovente.</em><br />
<em>Passo di palo in frasca al tuo movimento, Movimento Zero,che molti dicono abbia anticipato quello di Beppe Grillo.Tra l’altro so che hai referenti in tutta Italia,tra cui l’affascinante principessa Orsini della libreria omonima tua referente a Pistoia. So che vi siete indignati dei paragoni azzardati che hanno fatto tra voi e Forza Nuova. Se questo è vero come mai ospitate tra le vostre file un sospettato di stragismo come Paolo Signorelli?</em></p>
<p>“ In effetti Paolo Signorelli è stato un grosso problema. Noi siamo partiti dall’idea che non ci interessava il pedigree passato di una persona ma chiunque condividesse le nostre concezioni poteva entrare. Il problema di Signorelli non era che fosse entrato nel movimento, ma che cercasse di egemonizzarlo.Questo movimento creato da me ed Eduo Fiorillo,il brillante creatore anche del mio sito e dello spettacolo teatrale Cyrano che avrei dovuto fare in Rai(unico caso nella storia della Tv di programma completamente girato e mai andato in onda) questo movimento l’avevamo ideato perché venisse gestito dai giovani. Io ho sessanta anni,se le mie idee hanno un destino è perché siano rielaborate dai trentenni che hanno voglia di fare,non certo da uno come Signorelli,che infatti poi è finito fuori.<br />
Un altro che cercò di egemonizzarlo e fece la stessa fine fu un ex leghista, un certo Antonio Serena. Il movimento deve camminate sulle proprie gambe,io sia ben chiaro non sono né il Talmud né un altro Beppe Grillo, anche se di quest’ultimo si capisce l’importanza dato il terrore con cui ha ricompattato l’intera classe politica contro di lui.”<br />
<em><br />
Tornando e concludendo la nostra chiacchierata sul giornalismo nostrano: cosa pensi del fatto che uno come Renato Farina –incauto certo nei propri rapporti con i servizi segreti(che nel giornalismo Usa peraltro sono all’ordine del giorno)-ma anche intessuti a fin di bene per salvare delle vite umane-</em> <em>venga demonizzato vomitato e radiato e l’anchor woman (si fa per dire) del TG5 la Cesara Buonamici che è arrivata a chiedere le mazzette a due loschi faccendieri come Ugo Bonazza e Nunzio Laganà per mettere una buona parola con il ministro Altero Matteoli (come da istruttoria del pm Woodcock)se la sia cavata con la risibile pena di sei mesi di sospensione dall’Albo?</em></p>
<p>“Che questa è l’Italia .”</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/suburbe.wordpress.com/101/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/suburbe.wordpress.com/101/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/suburbe.wordpress.com/101/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/suburbe.wordpress.com/101/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/suburbe.wordpress.com/101/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/suburbe.wordpress.com/101/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/suburbe.wordpress.com/101/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/suburbe.wordpress.com/101/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/suburbe.wordpress.com/101/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/suburbe.wordpress.com/101/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/suburbe.wordpress.com/101/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/suburbe.wordpress.com/101/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/suburbe.wordpress.com/101/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/suburbe.wordpress.com/101/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=101&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>CONSUMO, DUNQUE SONO</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Sep 2009 12:09:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Marcon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;era una volta &#8211; nella fase solida della modernità &#8211; la &#8220;società dei produttori&#8221;, epoca di masse, regole vincolanti e poteri politici forti. I valori che la governavano erano sicurezza, stabilità, durata nel tempo. Quel mondo si è sfaldato e oggi viviamo nella &#8220;società dei consumatori&#8221;, il cui valore supremo è il diritto-obbligo alla &#8220;ricerca [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=89&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-91" title="ConsumoDunqueSono" src="http://suburbe.files.wordpress.com/2009/09/consumodunquesono1.jpg?w=460" alt="ConsumoDunqueSono"   /><a href="../"></a></p>
<p>C&#8217;era una volta &#8211; nella fase solida della modernità &#8211; la &#8220;società dei produttori&#8221;, epoca di masse, regole vincolanti e poteri politici forti. I valori che la governavano erano sicurezza, stabilità, durata nel tempo.<br />
Quel mondo si è sfaldato e oggi viviamo nella &#8220;società dei consumatori&#8221;, il cui valore supremo è il diritto-obbligo alla &#8220;ricerca della felicità&#8221;, una felicità istantanea e perpetua che non deriva tanto dalla soddisfazione dei desideri quanto dalla loro quantità e intensità.<br />
Eppure, dice Bauman, rispetto ai nostri antenati noi non siamo più felici: più alienati semmai, isolati, spesso vessati, prosciugati da vite frenetiche e vuote, costretti a prendere parte a una competizione grottesca per la visibilità e lo status, in una società che vive per il consumo e trasforma tutto in merce.<br />
Ma proprio tutto, anche i consumatori.<br />
Ciononostante stiamo al gioco e non ci ribelliamo, né sentiamo alcun impulso a farlo.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/suburbe.wordpress.com/89/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/suburbe.wordpress.com/89/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/suburbe.wordpress.com/89/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/suburbe.wordpress.com/89/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/suburbe.wordpress.com/89/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/suburbe.wordpress.com/89/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/suburbe.wordpress.com/89/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/suburbe.wordpress.com/89/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/suburbe.wordpress.com/89/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/suburbe.wordpress.com/89/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/suburbe.wordpress.com/89/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/suburbe.wordpress.com/89/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/suburbe.wordpress.com/89/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/suburbe.wordpress.com/89/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=89&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>LA VIOLENZA INVISIBILE</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Aug 2009 15:02:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Marcon</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-86" title="LaViolenzaInvisibile" src="http://suburbe.files.wordpress.com/2008/09/laviolenzainvisibile.jpg?w=460" alt="LaViolenzaInvisibile"   /></p>
<p><em><strong>(quarta di copertina)</strong></em><br />
Crimini efferati, uomini-bomba che si fanno esplodere nelle città, tumulti di piazza e conflitti internazionali sembrano essere i più efficaci indicatori della quantità di violenza dispiegata dall&#8217;uomo, eppure a questa violenza visibile direttamente, se ne affianca una seconda ben più pervasiva. Si tratta di quella violenza &#8220;che nutre i nostri stessi sforzi di combattere la violenza e promuovere la tolleranza&#8221;. Questa violenza si presenta con due facce: la prima è &#8220;simbolica&#8221; e si manifesta nel linguaggio e nelle forme, la seconda è &#8220;sistemica&#8221; ed è cioè una conseguenza necessaria del funzionamento dei nostri stessi sistemi economici e politici. È una sorta di materia oscura, qualcosa che pur essendo &#8220;invisibile&#8221; spiega e sostanzia il visibile. Non riconoscere la violenza dell&#8217;odierna globalizzazione economica e politica significa rendersi complici di un sistema che è responsabile dell&#8217;emarginazione di intere fasce sociali e di milioni di vittime nel mondo. Un sistema che non sembra poter offrire una soluzione giusta alle grandi questioni del nostro tempo. Le tesi controverse e provocatorie di Zizek sono qui esposte ricorrendo ai registri più diversi, alternando erudizione e temi popolari, riferimenti filosofici e cinematografici, in un caleidoscopio di idee e visioni sempre nuove, sempre eterodosse.</p>
<p><strong>La Feltrinelli.it</strong><br />
Nell&#8217;attuale capitalismo globale, la violenza si manifesta in due modi: la violenza visibile dei conflitti etnici, del terrorismo fondamentalista, delle rivolte sociali, e quella &#8220;invisibile&#8221; di un sistema che crea automaticamente degli esclusi (dai senza casa ai senza lavoro), e così facendo pone le condizioni per l&#8217;esplosione dell&#8217;altra violenza. Non riconoscere questa violenza &#8220;oggettiva&#8221; significa diventare complici di un sistema di vittime che, nella storia, è responsabile di milioni di vittime, e non può offrire una soluzione giusta alle grandi questioni del nostro tempo.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/suburbe.wordpress.com/54/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/suburbe.wordpress.com/54/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/suburbe.wordpress.com/54/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/suburbe.wordpress.com/54/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/suburbe.wordpress.com/54/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/suburbe.wordpress.com/54/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/suburbe.wordpress.com/54/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/suburbe.wordpress.com/54/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/suburbe.wordpress.com/54/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/suburbe.wordpress.com/54/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/suburbe.wordpress.com/54/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/suburbe.wordpress.com/54/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/suburbe.wordpress.com/54/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/suburbe.wordpress.com/54/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=54&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>PERIFERIA 02</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Sep 2008 12:52:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Marcon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Periferia di Mario Sironi) Le periferie contengono persone periferiche, ma importanti. Distanti dal centro storico e dai quartieri residenziali, le estreme periferie hanno una funzione sociale. Sono la pattumiera delle città. Lì abitano gli ultimi, quelli da nascondere sotto il tappeto dell’indifferenza. Extracomunitari, tossici, pensionati con la pensione minima, disoccupati, precari. Le periferie non hanno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=64&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-81" title="PeriferiaMarioSironi" src="http://suburbe.files.wordpress.com/2008/09/periferiamariosironi.jpeg?w=460&#038;h=347" alt="PeriferiaMarioSironi" width="460" height="347" /></p>
<p>(Periferia di Mario Sironi)</p>
<p><span style="color:#000000;">Le periferie contengono persone periferiche, ma importanti. Distanti dal centro storico e dai quartieri residenziali, le estreme periferie hanno una funzione sociale. Sono la pattumiera delle città. Lì abitano gli ultimi, quelli da nascondere sotto il tappeto dell’indifferenza. Extracomunitari, tossici, pensionati con la pensione minima, disoccupati, precari.<br />
Le periferie non hanno le luci di Natale e i militari per le strade. Spesso non hanno neppure le strade. Nessuno vi dirà: “Andiamo a fare un giro in periferia”. In periferia non ci sono luci, vetrine e stelle nel cielo. Neppure alberi. La periferia non è una città e non è un paese. E’ un luogo dell’anima. Ma non ci abitano le anime morte.<br />
Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori, per questo le discariche sono sempre in periferia. I gabbiani e i corvi e i ratti vivono nelle periferie. I poveri, i clandestini, i rom vivono nelle periferie. Sono i nuovi ghetti del capitale. L’autobus non arriva in periferia e neppure la volante della Polizia. Le macchine rubate si parcheggiano in periferia. Sono usate come casa.<br />
La gente in periferia è tutta diversa. In centro è tutta uguale. Gli edifici in periferia si assomigliano. Grigi, alti, immobili, con di fronte un marciapiede sporco. Disegnati da un architetto carcerario. Le periferie sono sempre più grandi, ma non diventeranno mai città. La periferia può però diventare comunità. La periferia è un non luogo dove per sopravvivere bisogna dare e ricevere aiuto. I sindaci organizzano le notti bianche per le città, luminarie, sprechi e cotillons. Alle periferie rimangono le notti grigio topo&#8230;.</span></p>
<p>(da <span style="color:#0000ff;"><strong><a href="http://www.beppegrillo.it/2008/09/notte_grigio_to.html" target="_blank">beppe grillo</a></strong></span>)</p>
<br /><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/suburbe.wordpress.com/64/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/suburbe.wordpress.com/64/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/suburbe.wordpress.com/64/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/suburbe.wordpress.com/64/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/suburbe.wordpress.com/64/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/suburbe.wordpress.com/64/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/suburbe.wordpress.com/64/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/suburbe.wordpress.com/64/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/suburbe.wordpress.com/64/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/suburbe.wordpress.com/64/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/suburbe.wordpress.com/64/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/suburbe.wordpress.com/64/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/suburbe.wordpress.com/64/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/suburbe.wordpress.com/64/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/suburbe.wordpress.com/64/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/suburbe.wordpress.com/64/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=64&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>PERIFERIA 01</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Aug 2008 06:51:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Marcon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Pentesilea, di Pedro Cano) Il racconto di Italo Calvino dal titolo &#8220;Le città continue. 5&#8220; Per parlarti di Pentesilea, dovrei cominciare a descriverti l&#8217;ingresso nella città. Tu certo immagini di vedere levarsi dalla pianura polverosa una cinta di mura, d&#8217;avvicinarti passo passo alla porta, sorvegliata dai gabellieri che già guatano storto ai tuoi fagotti. Fino [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=37&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-79" title="PentesileaPedroCano" src="http://suburbe.files.wordpress.com/2008/08/pentesileapedrocano.jpg?w=460" alt="PentesileaPedroCano"   /></p>
<p>(Pentesilea, di Pedro Cano)</p>
<p><em>Il racconto di Italo Calvino dal titolo </em>&#8220;<strong>Le città continue. 5</strong>&#8220;</p>
<blockquote><p>Per parlarti di Pentesilea, dovrei cominciare a descriverti l&#8217;ingresso nella città. Tu certo immagini di vedere levarsi dalla pianura polverosa una cinta di mura, d&#8217;avvicinarti passo passo alla porta, sorvegliata dai gabellieri che già guatano storto ai tuoi fagotti. Fino a che non l&#8217;hai raggiunta ne sei fuori; passi sotto un archivolto e ti ritrovi dentro la città; il suo spessore compatto ti circonda; intagliato nella sua pietra c&#8217;è un disegno che ti si rivelerà se ne segui il tracciato tutto spigoli. Se credi questo, sbagli: a Pentesilea è diverso. Sono ore che avanzi e non ti è chiaro se sei già in mezzo alla città o ancora fuori. Come un lago dalle rive basse che si perde in acquitrini, cosí Pentesilea si spande per miglia intorno in una zuppa di città diluita nella pianura: casamenti pallidi che si dànno le spalle in prati ispidi, tra steccati di tavole e tettoie di lamiera. Ogni tanto ai margini della strada un infittirsi di costruzioni dalle magre facciate, alte alte o basse basse come in un pettine sdentato, <strong> </strong>sembra indicare che di là in poi le maglie della città si restringono. Invece tu prosegui e ritrovi altri terreni vaghi, poi un sobborgo arruginito d&#8217;officine e depositi, un cimitero, una fiera con le giostre, un mattatoio, ti inoltri per una via di botteghe macilente che si perde tra chiazze di campagna spelacchiata. La gente che s&#8217;incontra, se gli chiedi: &#8211; Per Pentesilea? &#8211; fanno un gesto intorno che non sai se voglia dire: &#8220;Qui&#8221;, oppure: &#8220;Piú in là&#8221;, o: &#8220;Tutt&#8217;in giro&#8221;, o ancora: &#8220;Dalla parte opposta&#8221;. &#8211; La città, &#8211; insisti a chiedere. &#8211; Noi veniamo qui a lavorare tutte le mattine, &#8211; ti rispondono alcuni, e altri: &#8211; Noi torniamo qui a dormire. &#8211; Ma la città dove si vive? &#8211; chiedi. &#8211; Dev&#8217;essere, &#8211; dicono, &#8211; per lí, &#8211; e alcuni levano il braccio obliquamente verso una concrezione di poliedri opachi, all&#8217;orizzonte, mentre altri indicano alle tue spalle lo spettro d&#8217;altre cuspidi. &#8211; Allora l&#8217;ho oltrepassata senza accorgermene? &#8211; No, prova a andare ancora avanti. Cosí prosegui, passando da una periferia all&#8217;altra, e viene l&#8217;ora di partire da Pentesilea. Chiedi la strada per uscire dalla città; ripercorri la sfilza dei sobborghi sparpagliati come un pigmento lattiginoso; viene notte; s&#8217;illuminano le finestre ora piú rade ora piú dense. Se nascosta in qualche sacca o ruga di questo slabbrato circondario esista una Pentesilea riconoscibile e ricordabile da chi c&#8217;è stato, oppure se Pentesilea è solo periferia di se stessa e ha il suo centro in ogni luogo, hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è piú angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all&#8217;altro e non arrivi a uscirne?</p></blockquote>
<p><em>Pentesilea è anche &#8211; o è da prima &#8211; il nome della regina delle amazzoni, mitologiche donne guerriere originarie della Tracia, che non tolleravano uomini nella loro comunità e che si recidevano la mammella destra per maneggiare più agevolmente l&#8217;arco. Il loro regno era situato in Cappadocia (Asia Minore) lungo le rive del fiume Termodonte.  Pentesilea partecipa alla guerra di Troia, in aiuto della città assediata, e lì viene uccisa da Achille sul finire della guerra. In un vaso attico del V sec.a.C è rappresentato l&#8217;attimo tragico in cui l&#8217;eroe trafigge con la lancia l&#8217;Amazzone e, nel medesimo istante, incrociando il suo sguardo, se ne innamora perdutamente.</em></p>
<blockquote><p><strong>Eneide, I, 570-574</strong><br />
&#8230;&#8230;&#8230;. Pentesilea furiosa<br />
guidava le sue Amazzoni dagli scudi lunati:<br />
la vergine guerriera &#8211; una cintura d&#8217;oro<br />
sotto il seno scoperto &#8211; ardeva nella mischia<br />
ed osava combattere coi guerrieri più prodi.<br />
(trad. Cesare Vivaldi)</p></blockquote>
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		<title>IL RITORNO DEL PRINCIPE</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Aug 2008 14:40:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Marcon</dc:creator>
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		<category><![CDATA[roberto scarpinato]]></category>
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		<description><![CDATA[Ho conosciuto il giudice Roberto Scarpinato diversi anni fa, in occasione di una conferenza alla quale parteciparono anche Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio. Allora non sapevo quasi chi fosse, ma nel corso del suo intervento &#8211; e ancor di più leggendo un suo editoriale pubblicato su Micromega (del quale mi sfuggono i riferimenti) [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=5&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-83" title="IlRitornoDelPrincipe" src="http://suburbe.files.wordpress.com/2008/08/ilritornodelprincipe.jpg?w=460" alt="IlRitornoDelPrincipe"   /></p>
<p><em>Ho conosciuto il giudice Roberto Scarpinato diversi anni fa, in occasione di una conferenza alla quale parteciparono anche Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio. Allora non sapevo quasi chi fosse, ma nel corso del suo intervento &#8211; e ancor di più leggendo un suo editoriale pubblicato su Micromega (del quale mi sfuggono i riferimenti) &#8211; ebbi modo di conoscere la sua teoria sul funzionamento della struttura stato della nazione italiana. Questo libro &#8211; che ne è una sintesi efficacissima &#8211; è, a mio parere, imperdibile. Appena avrò un poco più di tempo completerò questo post con alcuni estratti; per adesso mi limito a pubblicare la data di una sua prossima presentazione: alla quale, purtroppo, non potrò partecipare.</em></p>
<p><strong>9 agosto, Lavarone (TN)</strong> &#8211; Incontro con <strong>Roberto Scarpinato</strong>, autore insieme a Saverio Lodato di <strong>IL RITORNO DEL PRINCIPE</strong>, pubblicato da <span style="color:#0000ff;"><strong><a href="http://www.chiarelettere.it/?id_blogdoc=1955252" target="_blank">CHIARELETTERE</a></strong></span>. Introduce Claudio Sabelli Fioretti. Disturbano Massimo Cirri e Filippo Solibello. Centro Congressi di Lavarone &#8211; ore 17</p>
<br /><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/suburbe.wordpress.com/5/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/suburbe.wordpress.com/5/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/suburbe.wordpress.com/5/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/suburbe.wordpress.com/5/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/suburbe.wordpress.com/5/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/suburbe.wordpress.com/5/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/suburbe.wordpress.com/5/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/suburbe.wordpress.com/5/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/suburbe.wordpress.com/5/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/suburbe.wordpress.com/5/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/suburbe.wordpress.com/5/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/suburbe.wordpress.com/5/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/suburbe.wordpress.com/5/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/suburbe.wordpress.com/5/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/suburbe.wordpress.com/5/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/suburbe.wordpress.com/5/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=suburbe.wordpress.com&amp;blog=4442793&amp;post=5&amp;subd=suburbe&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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