MASSA E POTERE
10 ottobre 2009

Nel 1922, a Francoforte, lo studente diciassettenne Elias Canetti si trova ad assistere ad una manifestazione cotro l’assassinio di Rathenau. Quel giorno egli sentì che la massa esercita un’attrazione enigmatica, qualcosa di paragonabile al fenomeno della gravitazione. Nel 1927, a Vienna, compiva uin ulteriore passo: l’esperienza di essere nella massa, partecipando al grande corteo del 15 luglio, quando fu incendiato il Palazzo di Giustizia. La polizia sparò: novanta morti.
Nelle sue memorie Canetti scriverà, a proposito della massa: “È un enigma che mi ha perseguitato per tutta la parte migliore della mia vita e, seppure sono arrivato a qualcosa, l’enigma nondimeno è restato tale”. Il “qualcosa” a cui qui si allude è Massa e potere che apparve nel 1960, dopo trentotto anni di elaborazione. Gia questi elementi, queste date, fanno capire quale immensa energia, concentrazione, furia si sia depositata in queste pagine.
Ala lunghissima genesi dell’opera corrisponde l’estrema singolarità della sua forma. Qui non viene semplicemente offerta una nuova teoria da allineare alle altre già esistenti su queste due parole ossessive: massa, potere. Profondamente avverso alla coazione a spiegare, che opprime la nostra cultura, Canetti è qui riuscito nell’impresa di pensare con il massimo della precisione , ma tenendosi sempre “al margine del mondo dei concetti”. Questo libro, che si presenta come una severa trattazione scientifica, è ben più di un racconto frastagliato e sanguinoso: è un vasto mito costellato di tanti altri miti, spesso dissepolti con pasisone da libri dimenticati nell’oscurità delle biblioteche.
Prima di diventare una vistosa caretteristica delle società moderne, la massa è stata, la massa continuna ad essere molte altre cose. Per avvicinarci a capirla, bisogna innanzitutto ricordare – come dice un antico testo ebraico – “che non esiste spazio vuoto tra cielo e terra, bensì tutto è pieno di schiere e moltitudini”.
La massa è qualcosa di esterno, ma può essere ache interna; è visibile, ma può essere anche invisibile; può uccidere, ma attrae. Massa è in primo luogo quella sterminata dei morti. Massa è il fuoco, il grano, la foresta, la pioggia, la sabbia, il vento, il mare, il denaro. Massa è la “scena psichica” dello schizofrenico. La massa, infine, non può esistere se non come contrappeso, cosmica “paredra”, di un’altra soverchiante entità: il potere.
Alla proliferazione della massa deve rispondere la tenebrosa solitudine del potente. Genghik khan e il presidente Schreber, il sultano di Delhi e Filippo Maria Visconti spiccano nel loro molteplice delirio sul fondo di masse di sudditi, cadaveri, allucinazioni. Con l’asciuttezza vibrante di un analista cinese, Canetti ha saldato in un tutto questa immane storia che vive in ciascuno di noi, che è iscritta nei nostri gesti elementari: afferrare, fuggire, spiare, ingoiare. La muta dei cacciatori paleolitici convive e si intreccia per sempre con i dimostranti che incendiano il Palazzo di Giustizia, con il rogo della biblioteca di Kien in Auto da fé. Alla fine riconosciamo come dallo sluagh-ghairm, il grido di battaglia dei morti negli Highlands scozzesi, discenda e si espanda in tutto il mondo un’altra parola: lo slogan.